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| Dante ... Bruno . Vico .. Joyce | ||
![]() Dall'alto
a sinistra in senso orario: Dante Alighieri (1265-1321), Giordano Bruno
(1548-1600), Giambattista Vico (1688-1774) e James Joyce (1882-1941).
Beckett sintetizza la filosofia dei primi tre e la fa culminare
nell'opera dell'ultimo.
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Il titolo di questo saggio viene citato quasi sempre in modo erroneo e cioè: Dante... Bruno. Vico... Joyce. I punti tra Dante e Bruno (così come quelli tra Vico e Joyce) vengono scambiati per puntini di sospensione mentre il punto tra Bruno e Vico viene scambiato per il segno di punteggiatura. In realtà, nelle intenzioni di Beckett, quei punti non hanno una funzione ortografica ma cronologica. A proposito di questo titolo, scelto insieme da Beckett e Joyce, Bair ricorda: "Joyce voleva un titolo che suggerisse non soltanto la distanza temporale tra questi scrittori, ma facesse anche capire che l'influenza dei primi tre culminava appunto in Work in Progress. Beckett spiegò in questo modo i segni di interpunzione: da Dante a Bruno vi è un intervallo di circa tre secoli, da Bruno a Vico di circa uno, e da Vico a Joyce di circa due". Il Work in Progress di cui tratta questo saggio è il titolo provvisorio del Finnegans Wake, l'opera definitiva cui Joyce stava lavorando proprio nel periodo in cui strinse la sua amicizia con Samuel Beckett. La loro collaborazione fu così serrata e animata da reciproca stima che Joyce arrivò a chiedere a Beckett di occuparsi della traduzione in francese dell'ottavo capitolo del Finnegans Wake: Anna Livia Plurabelle. Mentre lavorava al Finnegans Wake, Joyce progettò un'antologia di saggi critici, che si sarebbe poi intitolata Our Exagmination Round His Factification for Incamination of Work In Progress (ovvero, più o meno, La nostra analisi intorno alla sua realizzazione per la diffusione del Work in Progress) la quale avrebbe avuto lo scopo di fornire risposte e strumenti ai critici che si sarebbero sobbarcati l'immane compito dell'esegesi dell'ultimo lavoro di Joyce. Chiamò dunque all'appello una serie di scrittori per realizzare l'antologia. Tra questi il giovanissimo Beckett, fresco di studi universitari, che contribui appunto con Dante ... Bruno . Vico .. Joyce. In questo saggio, veramente notevole se si considera la giovane età dell'autore, Beckett affronta la sintesi tra i quattro illustri personaggi che danno il titolo allo scritto attraverso una prosa sfacciatamente informale ("La concezione di filosofia e filologia quali una coppia di menestrelli negri usciti dal Teatro dei Piccoli, è alltrettanto rassicurante della vista di un panino al prosciutto accuratamente confezionato") ma al tempo stesso erudita. E nulla lascia trasparire che a ridosso della stesura del saggio Beckett soffrisse di molte lacune in materia filosofica (dovette compiere un tour de force leggendo le opere principali di Bruno e di Vico in lingua originale, aiutato da Joyce). Certo è che Beckett, scortato dall'ammirazione quasi idolatrica nei confronti di Joyce, propagandò con fervore la grandezza del Finnegans Wake. Dante ... Bruno . Vico .. Joyce contiene dei passi che spiegano mirabilmente perché Finnegans Wake è un'opera unica e perché la maggior parte dei lettori che la affrontano ne vengono purtroppo respinti: "Qui la forma è il contenuto, il contenuto è forma. Mi si opporrà che 'sta roba non è scritta in inglese. Non è scritta affatto: non è fatta per essere letta - o meglio, non è fatta solo per essere letta. Bisogna guardarla, ascoltarla: la scrittura di Joyce non è un componimento su qualcosa: è quel qualcosa. [...] Quando il senso è sonno, la parola dorme. [...] Quando il senso è danza, la parola danza". |
Titolo originale Dante ... Bruno . Vico .. Joyce Data di composizione 1929 Prima
edizione Edizioni
italiane |
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| Disiecta | ||
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(Scheda critica in preparazione) |
Titolo originale Disjecta Data di composizione 1929 - 1983 Prima
edizione Edizioni
italiane |
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| Anna Livia Plurabelle | ||
![]() Le
sponde del Liffey, a Dublino. E' qui che il chiacchiericcio delle due
lavandaie dà vita all'ottavo capitolo della Finnegans Wake
di Joyce: "Anna Livia Plurabelle"
![]() Il frontespizio del numero della Nouvelle Revue Française (1931) su cui apparve la traduzione di "Anna Livia Plurabelle" firmata da Beckett e Péron. |
Anna Livia Plurabelle non è un'opera di Samuel Beckett. Si tratta infatti dell'ottavo capitolo della Finnegans Wake di James Joyce. Samuel Beckett, però, ne curò la traduzione in francese, in collaborazione con Alfred Péron, Ivan Goll, Eugéne Jolas, Paul L. Léon, Adrienne Monnier, Philippe Soupault sotto la supervisione dello stesso Joyce. Considerando, tuttavia, che ogni tentativo di tradurre Finnegans Wake in un'altra lingua ha condotto e conduce inevitabilmente alla genesi di un'opera sensibilmente diversa dall'originale non è del tutto errato considerare autoriale il ruolo di Samuel Beckett nell'ambito di questa "traduzione". Nel 1928 Beckett risiedeva a Parigi dove lavorava come lettore di inglese presso l'École Normale Supérieure. Un suo collega, Thomas McGreevy, che poi sarebbe diventato il suo più grande amico e confidente, frequentava da tempo la casa di James Joyce. Conoscendo l'ammirazione che Beckett nutriva nei confronti del rivoluzionario autore dell'Ulisse e convinto che tra i due sarebbe scoccata una reciproca stima, McGreevy organizzò un incontro tra Joyce e Beckett. McGreevy era stato lungimirante. Quell'incontro fu il primo di un sodalizio lungo e importante, anche se minato da alcuni attriti (dovuti in particolare al fatto che la figlia di Joyce, Lucia, si innamorò, non ricambiata, di Beckett). Beckett, contrariamente a quanto sostengono alcune grossolane note biografiche, non lavorò mai come "segretario" di Joyce (lasciando quasi intendere un rapporto subordinato e retribuito), bensì lo assistette e lo aiutò con devozione. Beckett considerò a lungo Joyce come un maestro e faticò parecchio a sottrarsi al fascino del lavoro sul linguaggio che Joyce stava compiendo sotto i suoi occhi con la composizione del Finnegans Wake. Nel dicembre del 1929, Joyce propose a Beckett di tradurre in francese Anna Livia Plurabelle, ottavo nonché più celebre capitolo dell'opera. Beckett, lusingato ma intimorito dalla grandiosità del lavoro che avrebbe dovuto svolgere, chiese aiuto al suo amico Alfred Péron, soprattutto per sopperire alle sue lacune in francese. Joyce approvò la collaborazione di Péron e i due si misero al lavoro. Nell'ottobre del 1930 le prime bozze della traduzione Beckett/Péron erano pronte. Joyce convocò allora una sorta di comitato di redazione costituito da Ivan Goll, Eugéne Jolas, Paul L. Léon, Adrienne Monnier, Philippe Soupault e diretto da lui stesso. In Einaudi, 1995, Rosa Maria Bollettieri Bosinelli nota: "è significativo che per 'tradurre' Anna Livia sia stato scelto un comitato internazionale formato da scrittori francesi, irlandesi, americani e russi. [...] Nessuno dei collaboratori, dunque, era un traduttore professionista, ma ciascuno portava una sua lingua e una sua cultura alla riformulazione corale di un testo già nato come multilingue e polisemico". In uno stadio intermedio della lavorazione Beckett e Péron avevano pensato di cambiare il titolo del capitolo in Anna Livia Pluratself, poi tornarono alla formulazione originale con la minima variazione del nome Livia in Livie. Al di là di questo, è possibile affermare che la prima versione redatta da Beckett/Péron, pur dimostrando come i due avessero comunque compreso e applicato lo spirito di sperimentalità letteraria che anima il Finnegans Wake, era una versione rispettosa dell'originale. L'intervento successivo di Joyce e del suo "comitato internazionale" libererà in più punti i caratteri di giocosità e di sperimentazione. |
Titolo originale Anna Livie Plurabelle Data di composizione 1931 Prima
edizione Edizioni
italiane |
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| Proust | ||
![]() Marcel
Proust (1871-1922) nella celebre foto di Man Ray
![]() Frammento del'ultima pagina manoscritta della Recherche, con la parola "fin" (appena visibile) in basso al centro. |
E' molto probabile che il Proust di Beckett sia un saggio che interessi maggiormente ai beckettiani che ai proustiani. Più che un saggio di critica letteraria sul grande scrittore francese, infatti, questo Proust ci appare (tanto più oggi a diversi decenni di distanza dalla pubblicazione) come il brogliaccio filosofico da cui Beckett avrebbe poi sviluppato tutte le sue opere future. Il tempo è, guarda caso, il concetto che ha portato Beckett alla stesura del saggio su Proust. Nell'estate del 1930, Beckett aveva infatti vinto con la sua Oroscopata un concorso poetico organizzato dal romanziere Aldington e dalla poetessa Cunard cui potevano partecipare poemetti inediti che avessero per tema, appunto, il tempo. Aldington fu così sorpreso dalla prova di Beckett che non solo caldeggiò il suo primo posto, ma arrivò a proporre il giovanissimo e allora totalmente sconosciuto Beckett alla casa editrice Chatto & Windus come autore di un saggio su Proust per la nuova collana dei Dolphin Books. Prima ancora di ricevere una conferma da parte dell'editore, Beckett iniziò subito a stendere il suo studio ricorrendo allo stile erudito ma impertinente che caratterizza quella fase della sua poetica ("[...] questa infinita serie di rinnovamenti ci lascia altrettanto indifferenti quanto l'eterogeneità di tutti i suoi termini, e l'inconseguenza di ogni dato non ci disturba più della commedia della sostituzione. E invero noi abbiamo una minima conoscenza sia dell'uno che dell'altro dei suoi termini, salvo, fumosamente, dopo l'evento, o chiaramento quando, come nel caso di Proust, la gallina di domani si un valore infinitamente superiore all'uovo di oggi, e questo perché - se mi si concede di mescolare questa noce vomica ad un aperitivo di metafore - il cuore del cavolfiore o il centro ideale della cipolla sarebbero un tributo assai più adeguato al travaglio dell'escavazione poetica che la corona d'alloro [...]"). Ma al di là di questi exploit al limite del demenziale il Proust presenta un sincero scavo sui temi dell'abitudine, della memoria e del tempo con i quali Beckett lavorerà per tutta la vita, come nota bene anche Sergio Moravia nella sua introduzione all'edizione SugarCo 1994. Dirà ad un certo punto Beckett nel saggio: "La memoria, un gabinetto medico provvisto di veleni e contravveleni, di eccitanti e di sedativi". Parla della Recherche, ma quante volte i suoi personaggi sono ricorsi a quelle alchimie. Margherita S. Frankel, nel suo "Beckett e Proust: il trionfo della parola" (in SE, 2004) tenta invece un parallelismo tra il particolare assurdo di Beckett e il presunto assurdo di Proust: "[...] Si è molto parlato di una derivazione joyciana per l'opera di Beckett, ma l'affinità con Proust appare molto più sorprendente, anche se è allo stesso tempo più sottile e latente, e non si può certamente rilevare nello stile scarno di Beckett, dove non si dispiegano le immagini, le metafore e la sontuosa sinuosità che sono tra le caratteristiche più notevoli della lingua proustiana [...] Beckett si presenta a noi quasi come una continuazione di proust, come un proust che sarebbe vissuto trent'anni più tardi, in un mondo apocalittico che non ha più niente in comune con il mondo che precedette la Prima guerra mondiale [...]". |
Titolo originale Proust Data di composizione 1931 Prima
edizione Edizioni
italiane |
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| Capital of the ruins | ||
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(Scheda critica in preparazione) |
Titolo originale Capital of the ruins Data di composizione 1946 Prima
edizione Edizioni
italiane |
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è un progetto che ho ideato e realizzato a partire
dall'agosto del 2003.
I testi contenuti in queste pagine, salvo dove diversamente indicato, sono miei. Potete diffonderli pubblicamente, ma sarebbe davvero carino - da parte vostra - se ne citaste la fonte. Da parte mia ho sempre citato l'autore, quando era noto, di tutti i testi non miei e delle immagini che ho utilizzato per mettere in piedi questa cosa che - è bene ricordarlo - non ha fini di lucro e anzi mi costa un bel po' di tempo, denaro e fatica (ma la faccio molto volentieri, sia chiaro). Se gli autori dei testi o delle immagini ritengono che i loro diritti siano stati in qualche modo lesi, non dovranno fare altro che contattarmi e provvederò immediatamente alla rimozione del loro materiale. |
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