Cosa dove

Titolo originale: Quoi Où | Data di composizione: 1983 | Prima rappresentazione: New York, Harold Clurman Theatre, 15 giugno 1983 | Prima edizione: Faber & Faber, 1984 | Edizioni italiane: Einaudi, 1985Einaudi/Gallimard, 1994Einaudi, 1999Einaudi, 2006

La prima di “Cosa dove” all’Harold Clurman Theater di New York (15 giugno 1983) per la regia di Alan Schneider. (Foto: M. Swope)

L’area dell’azione è un rettangolo di 3 x 2, illuminato debolmente. È l’area del passato, dove il pubblico vede gli avvenimenti rievocati da Bam, in primo piano sulla scena, anch’esso appena visibile nella penombra. Bam “accende” e “spegne” la sua memoria (come l’Apritore di Cascando) e i ricordi si manifestano in carne e voce alle sue spalle. Di cosa trattano questi ricordi? Al pari del precedente Catastrofe il tema è quello dell’oppressione e dell’esercizio del potere violento su un individuo inerme (anche se stavolta furono meno quelli che videro un argomento “politico” in quest’opera). Lo stesso Bam (che dunque in scena appare contemporaneamente impersonato da due differenti attori, sia come il Bam del presente – o “Voce di Bam” – sia come il Bam del passato) e gli altri suoi compari (Bem, Bim e Bom) stanno torturando – a turno e fuori scena – un quinto personaggio, mai visibile, affinché riveli un’informazione che sembra di capitale importanza per loro.

Un fotogramma dalla versione televisiva per la tedesca Suddeutscher Rundfunk, a cura dello stesso Beckett (1984). In primo piano, appena visibile, il Bam del presente.

Ma è facile passare dal ruolo di aguzzino a quello di vittima: quando Bom dice a Bam che non è riuscito a ottenere l’informazione agognata non viene creduto. Così Bam consegna Bom a Bim affinché usi “le maniere forti” fino a quando non confesserà a sua volta. Bim dirà che Bom sa “cosa” è accaduto, ma non “dove”. Anche Bim non viene creduto da Bam il quale affiderà Bim a Bem per lo stesso trattamento. Ma anche Bem non riesce a ottenere dalla sua vittima informazioni circa il “dove”. Bam è ormai solo e tocca a lui usare “le maniere forti” con Bem per estorcergli ciò che vuole sapere. Ma anche quest’ultimo tentativo è vano.
Il dramaticule termina con il Bam del presente che dice “Sono solo. Nel presente ancora come ero. È inverno. Senza itinerario. Il tempo passa. È tutto. Trovi un senso chi può. Io spengo“. È quanto mai singolare che l’ultimo testo che Beckett consegna alla storia del teatro si concluda (in contrasto con il celebre dogma filosofico espresso in Watt: “Non ci sono simboli dove non c’è l’intenzione“) con un invito, per quanto flebile, a cercare un significato, un senso.
Knowlson individua diverse influenze esterne: dai Winterreise di Franz Schubert (un ciclo di canzoni che Beckett amava particolarmente), alla poesia Oft, In The Stilly Night di Thomas Moore, al sonetto Voyelles di Arthur Rimbaud. Gussow riporta un’interessante dichiarazione di Alan Schneider secondo il quale “le maniere forti non sono una sequenza di punizioni bensì le grandi opere di filosofia e letteratura, studiate da ogni generazione alla ricerca della verità universale“. È dunque il senso stesso dell’esistenza a essere messo “sotto torchio”, non un singolo individuo (reale o immaginario che sia).

Curiosa versione dell’ensemble teatrale finlandese Circus Maximus. Da sinistra: Mika Eirtovaara (Bam) e Jyrki Pylvas (Bom).

Qualche considerazione sui nomi dei personaggi: Ackerley e Gontarski (in The Grove Companion To Samuel Beckett, Grove Press 2004) ipotizzano plausibilmente che il quinto personaggio che non compare mai (ovvero il primo torturato) si chiami Bum, completando così con gli altri il ciclo delle vocali: Bam, Bem, Bim, Bom, Bum (“Siamo gli ultimi cinque” è la battuta di Bam con cui si apre il copione). I nomi Bim e Bom, poi, avevano già fatto la loro comparsa quasi cinquant’anni prima in Murphy (sono due infermieri, colleghi del protagonista).
Beckett scrisse Cosa dove nel 1983, su invito degli organizzatori del Festival Teatrale di Graz. L’evento ebbe luogo in autunno, ma all’epoca l’opera aveva già debuttato a New York, quando nel mese di giugno Alan Schneider la portò in scena all’Harold Clurman Theatre. La prima italiana (luglio 1986) vide Giancarlo Sepe alla regia per il progetto Buon Compleanno Samuel Beckett.


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