Improvviso dell’Ohio

Titolo originale: Ohio Impromptu | Data di composizione: 1980 | Prima rappresentazione: Columbus, Stadium 2 Theater, 9 maggio 1981 | Prima edizione: Grove Press, 1981 | Edizioni italiane: Einaudi, 1985Einaudi/Gallimard, 1994

La prima di “Improvviso dell’Ohio” all’Università di Columbus (maggio 1981). Da sinistra Rand Mitchell nella parte di Ascoltatore e David Warrilow in quella di Lettore (foto di M. Swope).

Impromptu (“improvviso”) è termine mutuato sia dal gergo musicale sia da quello teatrale. In entrambi i casi si riferisce a una breve composizione di libera forma costruita in modo da apparire improvvisata a chi ascolta. In ambito teatrale è uso inserire il nome del luogo della prima rappresentazione nel titolo dell’opera (come nel caso dell’Impromptu de Versailles di Molière). Ecco dunque l’Improvviso dell’Ohio di Beckett che – a dispetto dell’idea di subitaneità contenuta nel titolo – costò all’autore un lungo numero di stesure e un senso di insoddisfazione fino alla fine.
Commissionato nel marzo del 1980 dall’Ohio State University in occasione di un convegno internazionale per il settantacinquesimo compleanno di Beckett, previsto per la primavera dell’anno seguente, Improvviso dell’Ohio fu completato dall’autore solo nove mesi dopo. Alcune lettere inviate da Beckett a Schneider e a Gontarski esprimono chiaramente la convinzione dell’autore riguardo la propria inadeguatezza a portare a termine il compito assegnatogli.
Eppure – ancora una volta – Beckett riuscirà a creare, con la sua tipica economia di parole e di mezzi, un dramaticule che, scagliato in un’atmosfera sospesa, arriva dritto al cuore. E il cuore è sempre quello dell’uomo che rievoca la sua vita passata nel tentativo – mai raggiunto e mai abbandonato – di ingannare l’attesa e addolcire il dolore della nostalgia. L’ultimo nastro di Krapp, Dondolo, Non io, Passi sono solo alcune delle varianti di questo medesimo soggetto beckettiano, per limitarsi alla sola produzione teatrale.
Qui, in scena, due personaggi pressoché identici nell’aspetto: l’Ascoltatore e il Lettore. Entrambi con lunghi cappotti neri e lunghi capelli bianchi che nascondono i volti. Seduti ad angolo retto a un lungo tavolo bianco, su semplici sedie di legno grezzo. Il Lettore ha davanti a sé un libro. Vi legge, ad alta voce, la storia di un uomo che ha lasciato un luogo in riva al fiume – nel quale ha condiviso con una persona cara, ora scomparsa, lunghi anni della sua vita – per trasferirsi in un nuovo alloggio sulla riva opposta. Periodicamente, riceve la visita di un messaggero nel cuore della notte il quale gli legge una storia che gli fa compagnia fino all’alba.
Ed ecco che scatta di nuovo il tipico meccanismo beckettiano dell’identificazione tra ciò che viene raccontato e ciò che vediamo in scena. L’Ascoltatore potrebbe infatti essere colui che si è trasferito sulla riva opposta del fiume e il messaggero di cui si parla nel libro altri non è che il Lettore. Ma quella descritta in Improvviso dell’Ohio (e qui è evidente il riferimento a L’ultimo nastro di Krapp) sembra essere l’ultima visita del messaggero. Declama infatti il Lettore in uno dei passi più belli del testo: “Così narrata la triste storia un’ultima volta essi rimasero seduti come mutati in pietra. Dall’unica finestra l’alba non diffondeva luce alcuna. Dalla via suono alcuno di risveglio. O era forse che sepolti in chissà quali pensieri essi non prestavano attenzione? Alla luce del giorno. Ai suoni del risveglio. Quali pensieri, chissà. Pensieri, no, non pensieri. Abissi della mente. Sepolti in chissà quali abissi della mente. Abissi d’incoscienza. Là dove nessuna luce può giungere. Nessun suono. Così rimasero seduti come mutati in pietra. La triste storia narrata un’ultima volta“.

L’Isola dei Cigni sulla Senna, con la copia (di dimensioni ridotte) della Statua della Libertà di Bartholdi. E’ questa la vista dalla finestra della casa in cui abita il protagonista della storia narrata dal Lettore.

Alla fine della breve pièce il Lettore chiude il libro e alza la testa verso l’Ascoltatore, che fa altrettanto. Per la prima volta, dall’inizio, vediamo il volto dei due personaggi. “Beckett – scrive Katharine Worth ne Il rituale dell’ascolto (in Bulzoni, 1997) – sperava di avere a disposizione attori il più possibile simili fisicamente, per poter far risaltare l’effetto-gemelli“. Infatti, come è reso esplicitamente in Krapp e più sottilmente in Dondolo o Passi, anche qui l’idea è che colui che racconta e colui che ascolta siano la stessa persona. Torna dunque il tema del doppio, del doppelgänger, esplorato da Beckett molti anni prima in Film. Scrive Lorenzo Mucci in Beckett, l’ultimo drammaturgo rifondatore: “In chiusura della pièce, come già era accaduto in Dondolo, laddove immagine narrata e immagine scenica sembrano coincidere a sancire il potenziale superamento di una condizione di intimo disagio, la pacificazione interiore e la potenziale conquista di una nuova identità si trovano a coesistere paradossalmente con una disumanizzazione del protagonista che ‘mutato in pietra’ e ‘sepolto negli abissi della mente’ per la prima volta riesce a sostenere lo sguardo col suo doppio“.
Non a caso, l’Ascoltatore ha un ruolo attivo nella narrazione. Egli, infatti, picchia rumorosamente le nocche della sua mano sinistra sul grande tavolo, per costringere il Lettore a rispettare le pause della narrazione (in una recensione su Le Monde del 21 settembre 1983, Mathilde La Bardonne parlerà esplicitamente di “mano-metronomo”). La mano dell’Ascoltatore dà il ritmo al flusso del parlato come la sedia di Dondolo e commenta e interviene – a suo modo – come le braccia alzate in segno di rassegnazione dell’Uditore nella primissima versione di Non io.
Quando Knowlson chiese a Beckett chi fosse la “cara persona” abbandonata dall’uomo sulla riva opposta del fiume, lo scrittore rispose: “È una donna. E’ Suzanne. L’ho immaginata morta tante volte. Ho anche immaginato che mi trascinavo fino alla sua tomba“. Commenterà dunque il critico: “E’ probabilmente una delle cose più personali scritte da lui sin dai tempi de L’ultimo nastro di Krapp. Per quanto avesse bisogno di vivere da solo, infatti, il pensiero che Suzanne morisse gli era intollerabile“.
La prima di Improvviso dell’Ohio si tenne, come previsto, il 9 maggio del 1981 allo Stadium 2 Theater nel campus dell’Università di Columbus (Ohio) con David Warrilow nella parte del Lettore e Rand Mitchell in quella dell’Ascoltatore. La regia era di Alan Schneider. La prima italiana vide invece protagonista Virginio Gazzolo diretto da Giancarlo Romani Adami ed ebbe luogo il 1° luglio del 1982 nell’ambito dello spettacolo Una voce dal pianeta Beckett che comprendeva anche Un pezzo di monologo e Quella volta.


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