Quella volta

Titolo originale: That time | Data di composizione: 8 giugno 1974 – agosto 1975 | Prima rappresentazione: Londra, Royal Court Theatre, 20 maggio 1976 | Prima edizione: Faber & Faber, 1976 | Edizioni italiane: Einaudi, 1980Einaudi/Gallimard, 1994Einaudi, 2002Einaudi, 2005

Patrick Magee ascolta nel buio le voci che parlano del suo passato nella prima al Royal Court Theatre di Londra (1976) per la regia di Donald McWhinnie. (Foto: John Haynes)

È lo stesso Beckett a denunciare la forte somiglianza tra Quella volta e Non io. Le due pièce nascono dalla stessa idea scenico-narrativa e possono essere considerate l’una la variante dell’altra. Per l’autore, i caratteri in comune tra queste opere erano così tanti e così forti che vietò la messa in scena dei due testi nell’ambito della stessa rappresentazione.
Se in Non io l’unica presenza in scena è quella della bocca di una donna che parla incessantemente e istericamente del proprio passato (negando, tuttavia, che sia il proprio), in Quella volta la luce si allarga a scoprire l’intero volto del protagonista, un vecchio (“Morto, agonizzante, addormentato? – si chiede sinistramente Gussownon lo sapremo mai, e forse neppure lui“), che assorto nell’oscurità ascolta la sua stessa voce.
L’impegno dell’attore in scena, dunque, è ridotto (secondo quella ricerca sulla negazione del movimento su cui Beckett ha prodigiosamente lavorato in ambito teatrale) a un’attenzione immobile, tutta giocata sull’apertura e chiusura delle palpebre in corrispondenza dell’alternarsi delle voci fuori scena.
Queste sono tre, indicate sul copione con A, B e C. Tutte appartengono al vecchio protagonista e giungono da tre distinte fonti sul palcoscenico. Osserva Katharine Worth in Bulzoni, 1997: “un effetto materiale tale da rinforzare l’impressione che esse abbiano una vita propria, distinta dal passivo ascoltatore che visitano per ricordare i momenti della sua vita“.
C è la voce del protagonista da vecchio e si concentra, in particolare, sul vagabondare dell’uomo in una Londra fredda e piovosa, tra la National Portrait Gallery e la Biblioteca, in una continua e dolorosa riflessione sulla propria esistenza. B è la voce della gioventù e descrive un istante ben preciso: una giornata in campagna con la donna amata. A, infine, pur non essendo facilmente collocabile dal punto di vista temporale, parla di ricordi di infanzia: non è dunque la voce del protagonista da bambino, ma si concentra sul ricordo di un giorno in cui il vecchio andò a cercare la torre diroccata dove amava nascondersi quand’era piccolo, a leggere libri illustrati. Il vecchio di Quella volta può dunque essere considerato un Krapp “mentale” che si macera nel suo passato senza ricorrere alla tecnologia del magnetofono ma svolgendo il nastro dei ricordi nell’oscurità del suo pensiero.
Le voci parlano sempre in sequenze di tre per volta (ad esempio: ACB, BAC, etc. Mai però nell’ordine più logico e cioè ABC). Ogni quattro di queste triplette ci sono 10 secondi di silenzio durante i quali il vecchio sbarra gli occhi e il suo respiro è udibile “dal vivo”. Poi le voci fuori scena riprendono e – dopo poche parole dall’inizio della prima voce – gli occhi del vecchio si chiudono nuovamente. Tutto questo accade per tre volte, per un totale dunque di dodici triplette.
Il testo è ricco di riferimenti a luoghi beckettiani (la Foley’s Folly di cui parla A non è altro che la Barrington’s Tower nei pressi di Dublino, ad esempio), ma Knowlson dissuade da una lettura troppo autobiografica, perché qui “la geografia è meno importante dei sentimenti. […] È in questo senso più profondo che il dramma scaturisce dalla vita di Beckett, mentre, a sessantotto anni, egli guarda indietro alle sue differenti fasi“.
Quando C parla per l’ultima volta, alla fine della pièce, il vecchio apre gli occhi e poi la bocca, mostrando un sorriso sdentato. A proposito di questo, Cascetta scrive: “conclude coerentemente, senza scarcasmi e cupezze, il filo persistente, seppure ormai tanto leggero da sembrare impercettibile, dell’umorismo con cui la voce tripartita della memoria ha restituito le scene di vita. […] Il tragico si elabora sempre più nettamente in Beckett, via via che ci avviciniamo alla fine, nell’accettazione pacificata del dileguamento“.
Beckett scrisse Quella volta in inglese tra il 1974 e il 1975. La prima si tenne il 20 maggio del 1976 al Royal Court di Londra per la regia di Donald McWhinnie con Patrick Magee nella parte dell’Ascoltatore. In Italia fu portato in scena per la prima volta al XX Festival di Spoleto (luglio 1977) insieme a Passi e Di’ Joe. La regia era di Romolo Valli. L’Ascoltatore era interpretato da Daniele Formica.


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