Giorni felici

Titolo originale: Happy days | Data di composizione: ottobre 1960 – maggio 1961 | Prima rappresentazione: New York, Cherry Lane Theatre, 17 settembre 1961 | Prima edizione: New York, Grove Press, 1961 | Edizioni italiane: Mondadori, 1969Einaudi, 1971UTET, 1973Einaudi/Gallimard, 1994Einaudi, 2002Einaudi, 2005

Una scena tratta dalla sequenza finale di “Un chien andalou”, il mitico film di Luis Buñuel del 1929. Si sa che Beckett vide la pellicola all’epoca dell’uscita. Quest’immagine di donne conficcate nella sabbia potrebbe essere riemersa nella mente dell’autore nel momento in cui iniziò a lavorare a “Giorni felici”.

L’ur di Giorni Felici risale al 1956 quando Beckett inizia a prendere appunti per un lavoro teatrale dal titolo provvisorio di Willie-Winnie. Dovranno trascorrere quattro anni prima che l’autore decida di rimettersi seriamente a lavorare al testo e portarlo nel giro di otto mesi alla stesura definitiva.
Nel frattempo, nella vita dell’artista, ha luogo un rilevante evento privato: il 25 marzo del 1961, infatti, Samuel Beckett contrae ufficialmente matrimonio con Suzanne Deschevaux-Dusmenil, dopo più di vent’anni di convivenza. I due presero questa decisione semplicemente per motivi economici (all’epoca la legge francese non tutelava i conviventi e se Beckett fosse morto prima di Suzanne la donna non avrebbe goduto dei diritti d’autore), ma una personalità solitaria come quella di Beckett deve comunque aver risentito in qualche modo dell’ufficializzazione della presenza dell’altro. Ecco perché – sebbene all’epoca del matrimonio il testo di Giorni Felici fosse ormai già compiuto nei suoi tratti principali – non è del tutto peregrina la tesi di Cascetta che individua un’attinenza tra la vita privata del neo-marito Beckett e la sua prima e unica opera teatrale dedicata ad una coppia di sposi.

Madeleine Renaud nella parte di Winnie (Parigi, Odeon, 1963 – foto R. Pic)

E veniamo all’opera dunque. Ancora una volta Beckett ci sorprende con un’immagine scenica al tempo stesso semplice e terribile: una donna conficcata nel terreno fino alla vita. Il suo nome è Winnie ed è lì da tempo immemorabile con un lezioso ombrellino come unico riparo contro sole o pioggia. Accanto a lei, ma quasi fuori dalla portata del suo sguardo, il marito (Willie) che vegeta in un buco nel terreno, come un verme. Alla loro degradata condizione fisica fa da contrasto il tono del dialogo (o meglio del quasi-monologo, visto che Willie non dice che poche brevissime battute): un testo che spesso riproduce le dinamiche e i toni del teatro borghese. Winnie stessa è una perfetta borghese, tutta concentrata sulla cura del suo corpo (pettinarsi, truccarsi, essere sempre in ordine) e in un continuo chiacchiericcio da salotto. E Willie è il marito perfetto per questa situazione: borbotta, sopporta con fatica la petulanza della moglie, legge il giornale.
La felicità di Winnie è la chiave dell’opera. Winnie non vuole ammettere che si trova in una situazione infernale. Lei si proclama felice, la sua è una vita felice. Cosa può desiderare di più? Ha la sua borsetta con la spazzola, lo specchio (e una piccola pistola con la quale potrebbe velocemente farla finita, ma significherebbe ammettere la sconfitta della sua esistenza). Ha un marito che può tormentare col suo continuo parlare. È una vita meravigliosa. E i suoi giorni – che trascorrono tra l’assordante campanello del risveglio e l’altrettanto assordante campanello del sonno – sono giorni felici.

Giulia Lazzarini: la Winnie di Strehler (Piccolo di Milano, 1982 – foto L. Ciminaghi)

Nel secondo atto la sua condizione diventa ancora più terribile. Winnie si ritrova infatti interrata fino al collo. Non può più distrarsi con la sua borsetta, non può più fare niente altro che stare lì e parlare. Willie è ormai sempre meno presente. Ma nonostante questo lei continua a dire che la sua è una vita felice, che i suoi giorni sono giorni felici. E quando per l’ennesima volta il campanello del sonno porta la pietà delle tenebre sulla sua esistenza larvale lei saluta il giorno felice appena trascorso cantando una allegra aria d’operetta.
Tra le opere teatrali di Beckett, Giorni felici fu tra quelle che riscossero le più feroci stroncature. La più dura fu quella del critico francese Jean Gautier che sul Figaro del 30 ottobre del 1963, si dichiarò indignato per quest’opera vergognosa e insopportabile. Paradossalmente, invece, si tratta dell’opera in cui Beckett ha forse descritto meglio la formidabile ostinazione della vita, l’umano attaccamento all’esistenza anche in condizioni estreme.
Tra le rappresentazioni italiane di Giorni felici una delle più celebri è senza dubbio quella diretta da Giorgio Strehler nel 1982 con Giulia Lazzarini nella parte di Winnie. Sarà proprio il grande regista a chiarire il forte amore per la vita nascosto nell’orrore del testo: “quando nell’allestire Giorni felici io sottolineai, senza una parola in più ma con un accento gestuale, la volontà di vivere ‘fino all’ultimo’ della protagonista, alcuni critici tedeschi sottolinearono questo fatto con grande e insolita meraviglia per questo ottimismo assegnato alla comune e creduta disperazione di Beckett. Ricevetti allora alcune righe da Beckett stesso che mi diceva di essere estremamente curioso e di volere venire a vedere lo spettacolo e che, comunque, per lui, in un modo o nell’altro i suoi personaggi vogliono sempre affermare la Vita, aggiungendo: anche se è forse la peggiore delle condizioni possibili” (da “La Stampa”, 27 dicembre 1989).


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