Aspettando Godot

Titolo originale: En attendant Godot | Data di composizione: 9 ottobre 1948 – 29 gennaio 1949 | Prima rappresentazione: Parigi, Théatre de Babylone, 5 gennaio 1953 | Prima edizione: Editions de Minuit, 1952 | Edizioni italiane: Mondadori, 1969Einaudi, 1970UTET, 1973Einaudi/Gallimard, 1994Einaudi, 2002Einaudi, 2005

Aspettando Godot, 1995. Regia di Ricardo Fuks, con Coco Leonardi e Gianni Balzano. (foto di Carlo Casella)

Aspettando Godot è senza dubbio la più celebre opera teatrale di Samuel Beckett nonché uno dei testi più noti del teatro del Novecento. Parlarne, dunque, è molto difficile. Pressoché impossibile dire qualcosa di nuovo, considerata la quantità di pagine critiche che sono già state prodotte intorno a questa opera. Non resta quindi che tracciare una sintesi critica, consapevoli che non si innoverà il corpus interpretativo già esistente, ma con la speranza, almeno, di mettere in guardia contro le più facili (e spesso erronee) chiavi di lettura.
Se chiedete ad una persona digiuna di teatro che cosa è Aspettando Godot è molto probabile che otteniate comunque una qualche risposta. Vi verrà detto che è la storia di qualcuno che alla fine non arriva. La prima trovata scandalosa del capolavoro beckettiano è questa: il protagonista è assente. Ma si tratta di una trovata, appunto (geniale, però, tanto che anche chi non ama il teatro ricorda questo particolare). Se l’idea fosse stata tutta qui, tuttavia, Aspettando Godot non avrebbe fatto molta strada. La seconda cosa che probabilmente vi dirà questa persona interrogata su Godot è che si tratta di un’opera che fa parte del teatro dell’assurdo. Vero. Ma cosa c’è di così assurdo in Aspettando Godot?

Caspar David Friedrich, “Uomo e donna che osservano la luna” (1824, part.). Un giorno Beckett confessò alla sua amica Ruby Cohn mentre osservava questo quadro: “sai, è stata questa la fonte di Aspettando Godot”

Vediamone la trama. Nel primo atto due uomini vestiti come vagabondi, Estragone e Vladimiro, si trovano sotto un albero in una strada di campagna. Sono lì perché un certo Godot ha dato loro appuntamento. Il luogo e l’orario dell’appuntamento sono vaghi. I due non sanno neanche esattamente chi sia questo Godot, ma credono che quando arriverà li porterà a casa sua, gli darà qualcosa di caldo da mangiare e li farà dormire all’asciutto. Mentre attendono passa sulla stessa strada una strana coppia di personaggi: Pozzo, un proprietario terriero, e il suo servitore, Lucky, tenuto al guinzaglio dal primo. Pozzo si ferma a parlare con Vladimiro ed Estragone. I due sono ora incuriositi dall’istrionismo del padrone, ora spaventati dalla miseria della condizione del servo. Lucky si rivela tuttavia una sorpresa quando inizia un delirante monologo erudito che culmina in una rovinosa zuffa tra i personaggi. Pozzo e Lucky riprendono il loro cammino. Intanto è calata la sera. Godot non si è fatto vivo. Arriva però un ragazzo, un giovane messaggero di Godot, il quale dice a Vladimiro e a Estragone che il signor Godot si scusa, ma che questa sera non può proprio venire. Arriverà però sicuramente domani. I due prendono in considerazione l’idea di suicidarsi, ma rinunciano. Poi pensano di andarsene, ma restano. Il primo atto finisce qui. Nel secondo atto accadono esattamente le stesse cose. Vladimiro ed Estragone attendono sotto l’albero l’arrivo di Godot. Di nuovo vedono passare Pozzo e Lucky (Pozzo nel frattempo è diventato cieco, sull’albero sono spuntate due o tre foglie). Di nuovo si intrattengono con il padrone e il servo. Di nuovo Pozzo e Lucky se ne vanno. Di nuovo arriva il messaggero a dire che Godot stasera non può venire ma verrà sicuramente domani. Di nuovo prendono in considerazione l’idea di mollare tutto. Di nuovo rinunciano. Fine.

Caspar David Friedrich, “Due uomini che osservano la luna” (1819, part.). Secondo il biografo J. Knowlson il vero quadro che ha ispirato Aspettando Godot sarebbe in realtà questo.

La recensione più celebre di quest’opera resta quella scritta da Vivian Mercier in un articolo apparso sull’Irish Times nel 1956: “Aspettando Godot è una commedia in cui non accade nulla, per due volte“. E tuttavia la vera domanda ritorna: cosa c’è di così assurdo in Aspettando Godot? A ben vedere è tutto estremamente plausibile: due uomini attendono un terzo uomo. Questo terzo uomo non arriva. Fine. L’assurdo di Ionesco, di Adamov, di Genet, di Pinter, gli altri esponenti di questo genere, è totalmente diverso. Nelle opere più note di Ionesco, ad esempio, troviamo pompieri che fanno irruzione in case tranquille o rinoceronti impazziti. Qui l’assurdo è sinonimo di surreale. In Aspettando Godot invece è tutto terribilmente reale e al tempo stesso meta-reale. Perché se La cantatrice calva di Ionesco mette nel mirino la società borghese occidentale, il Godot di Beckett mette nel mirino l’Uomo al di là di qualunque connotazione politica, sociale, geografica e storica. Qualcuno ha detto che la differenza tra il mito e il romanzo è che il romanzo parla di lumi a petrolio oppure di lampadine alogene mentre il mito parla della luce. Aspettando Godot è senza dubbio ascrivibile a questa seconda categoria.

La storica prima mondiale assoluta di Aspettando Godot: Theatre de Babylone, 5 gennaio 1953. Da sinistra Pierre Latour (Vladimiro), Jean Martin (Lucky), Lucien Raimbourg (Estragone) e il regista Roger Blin nel ruolo di Pozzo.

Aspettando Godot è una tragicommedia costruita intorno alla condizione dell’attesa. Quasi nessun critico si è però voluto accontentare di questa semplice (eppure universale) chiave di lettura. In Godot si è cercato di vedere un simbolo: Dio (il più spesso citato), il destino, la morte, la fortuna. Anche Pozzo e Lucky sono stati oggetto di tentativi di decifrazione (il capitalista e l’intellettuale è stata l’interpretazione più spesso adottata). Quello che è chiaro, tuttavia, è che se si sostituiscono i personaggi di Beckett con dei simboli la forza poetica del testo subisce un colpo non indifferente. La grandiosità di Godot sta proprio nella sua astrattezza, o meglio nella sua totale apertura: il che non significa che chiunque è libero di vedere in Godot quello che meglio crede, ma che l’attesa di Vladimiro ed Estragone è l’Attesa con la A maiuscola, la sintesi di tutte le attese possibili.

Il programma di sala della prima assoluta di Aspettando Godot.

L’idea dell’attesa è quella intorno a cui ruota anche l’analisi compiuta da Annamaria Cascetta nel suo studio sulla drammaturgia di Beckett: “Quel che si deve fare è ‘passer le temps’: l’espressione, ripetuta più volte, assume il rilievo di una chiave: passare il tempo, ma anche protendersi oltre il tempo“. E a sostegno elenca una circostanziata serie di riferimenti biblici per poi concludere: “La domanda, forse l’unica domanda che veramente interessa [Beckett], è la possibilità o meno che il Fondamento di senso si manifesti […], che si riveli e incontri gli uomini nella storia: è una domanda alimentata dalla suggestione biblica del Dio che incontra appunto l’uomo nella storia […] Beckett ama nascondere nei giochi di parole […] i sensi più profondi: la Bibbia aiuta a passare il tempo, ma anche ad andare oltre il Tempo“.

La prima italiana di Aspettando Godot (1954) nell’allestimento di Luciano Mondolfo con Claudio Ermelli nel ruolo di Vladimiro e Marcello Moretti in quello di Estragone

Beckett ovviamente si è sempre rifiutato di fornire spiegazioni. La sua frase più nota, in questo senso, è “se avessi saputo chi è Godot l’avrei scritto nel copione“. Anche sul nome Godot, oltre che sulla sua identità, circolano un gran numero di aneddoti (quasi tutti raccolti nelle due biografie fino ad ora edite in Italia: Bair e Knowlson). E molti sembrano avvalorare l’equazione Godot = Dio. “Godo“, infatti, è irlandese familiare per “God”. Ancora più interessante è l’ipotesi Godot = God + Charlot (tenendo anche conto dell’amore di Beckett per le comiche di Charlie Chaplin). Dunque se per l’uomo (Charlie) esiste dio (God) per la sua versione clownesca (Charlot) esisterà un Godot. Godot è comunque un cognome francese: ci fu un ciclista con questo nome e una volta Beckett salì a bordo di un aereo pilotato da un tale Godot. Lo scrittore lo scoprì solo quando il comandante si presentò con il consueto benvenuto dopo il decollo e fu seriamente tentato di buttarsi dal finestrino (“Non mi fido di un aereo pilotato da un qualunque Godot“, fu il suo commento). Rue Godot è una via di Parigi (una traversa di Boulevard des capucines) che un tempo pare fosse frequentata da prostitute. Solo una volta Beckett lasciò intravedere una spiegazione al regista Roger Blin (probabilmente più per depistarlo che per chiarirgli le idee…) dicendo che Godot derivava dal francese gergale “godillot” (“stivale”) perché i piedi hanno una grande importanza in quest’opera.
Aspettando Godot costituisce una pietra miliare della cultura del Novecento – oltre che dal punto di vista contenutistico – anche da quello formale: Godot ha di fatto rivoluzionato il teatro contemporaneo. Con la sua messa in burletta del linguaggio teatrale (forse il colpo più terribile), la sua commistione di registri alti e bassi (citazioni teologiche e turpiloquio), il mix dei generi (tragedia, commedia, teatro comico, gag da cabaret), con il suo disinnescare quelli che fino ad allora erano considerati punti fermi intoccabili (azione, trama, significato), con le sue pause, i suoi silenzi, i suoi ritorni inconcludenti, Aspettando Godot ha riassunto, polverizzato e ricreato il teatro. La genialità del suo autore in campo teatrale (di cui Godot, non si dimentichi, non è che la prima di una lunga serie di opere decisive) è dimostrata dal fatto che mentre tutti i suoi contemporanei cominciano ad apparire datati, Beckett continua ad essere un riferimento inevitabile per i teatranti (prima ancora che per gli spettatori).
Come nasce questo capolavoro? In modo del tutto inaspettato. Beckett iniziò a scrivere Aspettando Godot per distrarsi e riposarsi in una pausa di lavorazione alla Trilogia, dopo aver concluso Malone muore e prima di mettersi al lavoro su L’Innominabile, dunque tra la fine del 1948 e l’inizio del 1949. Ricorda Bair: “Beckett, che non aveva allora alcuna idea delle tendenze teatrali del tempo, considerò lo scrivere per il teatro un meraviglioso e liberatorio diversivo“. Beckett, soprattutto dietro l’incitamento encomiabile della futura moglie Suzanne, iniziò a proporre il testo a diversi impresari ottenendo una terribile serie di rifiuti. Nel 1950 il manoscritto di Aspettando Godot venne letto dal regista Roger Blin il quale pur non capendo nulla dell’opera si sentì sfidato da quel testo e fu conquistato dall’idea di metterlo in scena. Una serie di problemi (tra cui la morte della madre di Beckett, la difficoltà nel ricevere finanziamenti per la messa in scena e l’indisponibilità di molte sale teatrali) fecero slittare la prima rappresentazione di Godot di quasi tre anni, fino a quello storico 5 gennaio del 1953.
I ricordi di quella prima mitica messa in scena sono raccontati sia da Bair sia dallo stesso Blin (sia in Bulzoni, 1997 sia in Audino, 2010). Il Theatre de Babylone di Parigi era in realtà un vecchio bazar ristrutturato come sala pubblica in cui erano stati montati un palco e una platea di circa duecento sedie. Tutto fu realizzato con materiale di risulta: “L’albero era un lungo appendiabiti coperto con carta crespata […] La base dell’albero era nascosta da un pezzo di gommapiuma trovato per strada. Con tre grandi bidoni contenenti lampadine elettriche furono costruiti i proiettori” (Bair). Intorno a questo nuovo improbabile lavoro teatrale si era creata una tale aspettativa che la sera della prima si registrò il tutto esaurito. Il pubblico era costituito da intellettuali, artisti o semplici curiosi. E sebbene i commenti non furono tutti positivi Aspettando Godot divenne un fatto sociale. Qualcuno ricorda che all’epoca la gente si divideva in due categorie: quelli che avevano visto Aspettando Godot e quelli che ancora dovevano vederlo.
Il 1953 è l’anno in cui inizia la vera e propria celebrità di Beckett. Gli editori e i critici iniziano a interessarsi a lui. Aspettando Godot viene rappresentato sempre più spesso e in ogni parte del mondo, spesso con allestimenti discutibili, altre volte sorprendentemente toccanti (come le messe in scena realizzate dai detenuti). In Italia Godot ha avuto esordi stentati e tuttavia significativi: non è un caso che il teatro cosiddetto “minore” si sia accorto dell’importanza di questo testo prima dei circuiti ufficiali. La prima messa in scena italiana in assoluto risale al 1954 e fu realizzata da Luciano Mondolfo su suggerimento di Vittorio Caprioli (che precedentemente aveva fondato il gruppo comico de “I Gobbi” insieme a Franca Valeri). Caprioli (che nell’allestimento di Mondolfo impersonò Pozzo) aveva assistito alla prima mondiale a Parigi e ne rimase così impressionato che, al rientro in Italia, iniziò subito a darsi da fare per la realizzazione. In seguito, come ricorda Cascetta, la fortuna del Godot in Italia conoscerà un’impennata dopo il Nobel del 1969, ma bisognerà attendere gli anni Ottanta per registrare il più alto numero di repliche e il fiorire di allestimenti diversi.


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