Qual è la parola

Titolo originale: Comment dire | Data di composizione: 1988 | Prima edizione: Editions de Minuit, 1989 | Edizioni italiane: Einaudi, 1999Einaudi, 2006Einaudi, 2008

È veramente difficile resistere a tentazioni allegoriche nell’interpretare Qual è la parola, in assoluto l’ultima opera scritta da Samuel Beckett. Ma veniamo ai fatti.
A partire dal 1986 le condizioni di salute dello scrittore peggiorano in modo irreversibile. È l’inizio dell’enfisema. Nel luglio del 1988, Beckett cade per un malore mentre si trova a casa, battendo la testa contro un mobile. Viene ricoverato all’ospedale di Courbevoie, poi, dopo alcuni trasferimenti, giunge alla maison Tiers Temps, una casa di riposo con trattamento ospedaliero. Sarà in questo letto di degenza che Beckett butterà giù la prima bozza di quello che sarebbe diventato il suo ultimo componimento. La prima stesura è in francese e viene intitolata Comment dire.
Si tratta, di fatto, di un breve brano con cinquantadue a capo. Poesia o prosa, oppure ancora dramaticule? Gli stessi editori non sanno trovare una risposta comune. Il francese Minuit lo proporrà già nel maggio del 1989 come opera poetica; Calder, l’anno seguente, lo inserirà nel volume delle prose ultime. Osserva Gabriele Frasca in Einaudi, 1999 «il patente disaccordo sul genere cui dovrebbe appartenere questo testo fra i due editori più vicini a Beckett (poesia per Minuit e prosa per Calder) non può che confermare una volta per tutte, qualora ve ne fosse ancora bisogno, la difficoltà nel procedere a distinzioni formali rese programmaticamente desuete dall’ultima fase della produzione beckettiana (che, come s’è già ricordato, tende piuttosto all'”arcigenere”, o alla “poesia” intesa nel suo febbrile senso etimologico)».
A proposito del manoscritto autografo di Comment dire, Knowlson nota che «la grafia a ragnatela è commovente: proprio perché [Beckett] stava riscoprendo le parole». Vengono qui in mente i versi di un’altra grande voce dell’essenzialità, quella dell’Ungaretti di Commiato: «Quando trovo / in questo mio silenzio / una parola / scavata è nella mia vita / come un abisso».
E torniamo alla grande allegoria che questo testo estremo ci propone, dunque. Per usare un’immagine cara ai lettori di Beckett, potremmo dire che “l’ultimo nastro” del vecchio Irlandese contiene una domanda, ed è una domanda sulla parola. Qual è la parola? Colui che per tutta la vita ha distillato il linguaggio nel suo laboratorio, ne ha asciugato le suppurazioni nel suo gabinetto medico cercandone il precipitato definitivo, l’ossatura ultima, alla fine dei suoi giorni (Beckett completerà la versione inglese del testo, What is the word, nell’estate del 1989, cinque mesi prima di morire) continua a interrogare la lingua. Non lascia versi risolutivi, non trae conclusioni. La sua eredità, la sua testimonianza ultima, è il riconoscimento di quel fallimento che è poi la quintessenza della poetica beckettiana: non so dire, non so cosa dire, non so come dirlo, ma lo devo dire.
Attraverso le cinquantadue violazioni del silenzio che compongono il testo, la voce narrante tenta, fallendo, di costruire una frase di senso compiuto, interrompendosi in continuazione, tentando varianti mai risolutive, avventurandosi in ampliamenti che crollano miseramente. La folie, la follia di dire, con cui principia l’opera, resta eternamente senza oggetto (“Smania – / Smania di – / Di – / Qual è la parola –“).
Inabissato nel letto della maison Tier Temps, scavando con mano incerta sul foglio di carta, in condizioni fisiche pessime, Beckett, nell’atto di creare l’ultimo pezzo della sua opera, diventa uno dei suoi personaggi. Il protagonista di Malone muore è il riferimento più immediato, ma Beckett, qui, è anche W di Dondolo, è il vecchio di Quella volta, è l’Apritore di Cascando, è il viandante di Fremiti fermi cui giunge la misteriosa frase con una parola mancante. È Hamm di Finale di partita che compone la sua ultima poesia prima che scenda l’ultima sera. Mai come in questo momento creativo, che non ne avrebbe conosciuti ulteriori, Beckett è stato vicino alla grande schiera di esistenze terminali e parlanti, imperfettamente parlanti, che aveva generato nel corso di tutta la sua vita.


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