Fremiti fermi

Titolo originale: Stirrings still | Data di composizione: 27 giugno 1983 – dicembre 1987 | Prima edizione: Blue Moon Books, New York, 1988 | Edizioni italiane: SugarCo, 1997Einaudi, 2008Einaudi, 2010

Barney Rosset e Samuel Beckett a Parigi nel 1956 (fonte: Syracuse University Library).

L’editore americano di Beckett, Barney Rosset, attraversò un momento difficile nel corso della primavera del 1986. Costretto a vendere la Grove Press (la casa editrice che aveva fondato lui stesso nel 1953 e che da Aspettando Godot in poi aveva pubblicato molti altri lavori dell’autore), fondò la Blue Moon Books e si mise alla ricerca di un titolo di richiamo per iniziare bene la nuova attività. Chiese allora aiuto a Beckett, con cui oltre al rapporto professionale era nata anche una profonda amicizia, chiedendogli un suo scritto inedito.
Beckett rifletté a lungo su come poter aiutare Rosset. Inizialmente valutò l’ipotesi di liberare dai cassetti Dream of a fair to middling women oppure Eleutheria ma il suo giudizio su quelle due opere giovanili peggiorava con il passare del tempo. Pensò allora di completare un testo in lingua inglese che aveva iniziato a scrivere all’indomani di Peggio tutta e sul quale lavorava senza successo ormai da tre anni. La prosa, che avrebbe poi intitolato Stirrings still, sarebbe stata completata solo negli ultimi mesi del 1987. Nel frontespizio spiccava la dedica “A Barney Rosset“, il quale avrebbe pubblicato il testo l’anno successivo in un’edizione di lusso a tiratura limitata con illustrazioni di Louis Le Brocquy. Tutte le copie recavano le firme autografe di Beckett e Le Brocquy.

Walther von der Vogelweide (ca. 1170-1230), uno dei più celebri minnesanger tedeschi medievali. Una sua famosa composizione inizia con il verso “Sedetti su una pietra e incrociai le mie gambe”. Anche il protagonista di “Stirrings still” vorrebbe fare come lui. Ma non ci riesce.

Quasi quattro anni, dunque, impiegò Beckett per completare la sua ultima opera narrativa. Ma ne valse la pena. Fremiti fermi è infatti una prosa in cui alcuni temi tipici della produzione beckettiana (la ripetizione, l’attesa, la ricerca di un modo per “finire”) tornano a intrecciarsi per l’ultima volta in un delicato ma perfetto congegno narrativo. La prosa si compone di tre brevissimi capitoli. Il primo formato da sette paragrafi, il secondo e il terzo da uno soltanto.
Nel primo capitolo viene introdotto il protagonista, un uomo seduto al suo tavolo con la testa tra le mani che vede se stesso alzarsi e andare. L’uomo, per quanto cammini, si trova sempre nello stesso posto. Unica compagnia, in questo incubo che si ripete eternamente, sono i rintocchi di un orologio e le urla. Entrambi questi suoni si avvertono ora debolmente ora distintamente. L’uomo è rimasto solo dopo che, nel tempo, tutti gli altri sono morti. Tra questi un certo Darly. Si tratta a dire il vero di un errore di stampa comparso nella prima edizione e mai più corretto in seguito. Il personaggio doveva infatti chiamarsi Darley in riferimento a Sir Arthur Darley, un giovane medico che si era guadagnato l’ammirazione di Beckett all’epoca del suo lavoro come interprete presso l’ospedale di Saint-Lô nel 1945 e che sarebbe purtroppo scomparso prematuramente a trentacinque anni. Beckett lo avrebbe ricordato in diverse opere (a lui avrebbe dedicato, tra l’altro, la poesia Mort de A.D. nelle Poesie in francese).
Nel secondo capitolo il protagonista si trova improvvisamente “fuori” e inizia a vagare in un prato dove non era mai stato prima (invano cercherà di trovarne tracce nella sua memoria). Si assiste anche a qualche variazione sul piano stilistico, la prosa diventa più contorta, più irregolare ma anche più ironica. E tuttavia, fuori o dentro, l’uomo continua a sentire i rintocchi dell’orologio e le urla.
Il terzo capitolo è quello cruciale. Mentre l’uomo procede senza meta nello spazio aperto, alle sue orecchie giunge una frase con una parola mancante (“Oh che … sarebbe finire dove non si è mai stati prima“). Il protagonista entra in stallo: continuare o fermarsi? Procedere o abbandonare? Se la parola che non riesce a distinguere fosse “bello” allora sarebbe opportuno muoversi ancora, se invece fosse “brutto” sarebbe più saggio fermarsi. Stanco di dibattersi tra le due alternative il protagonista conviene con se stesso che in un modo o nell’altro l’importante è finire (“Tempo e dolore e il cosiddetto sé. Oh tutto finisca“).
Alcuni critici, come Brian Finney, hanno voluto vedere nelle poche pagine di quest’opera la summa della poetica beckettiana. Quel che è certo è che l’ultimo scritto narrativo di Beckett è un’opera di grande asciuttezza formale e al tempo stesso (e come sempre) di grande eleganza, di controllato lirismo. Davvero un distillato purissimo di tutto l’inchiostro seminato fino ad allora. Quando si cimentò con la traduzione francese (che avrebbe intitolato Sobresauts) Beckett scelse di rendere i passi in cui diceva “self so-called” con “soi soi-disant“. In pratica “il sé che racconta di sé“. Quale definizione migliore per i tanti protagonisti che avevano imperversato nelle sue pagine?
Una nota sulla traduzione italiana del titolo: l’espressione stirrings still compare già in un’altra prosa breve di Beckett, Compagnia, nel passo in cui dice “pangs of faint light and stirrings still” che nella traduzione di Mussapi in Jaca Book, 1986 viene reso con “fitte lancinanti di pallida luce ed eccitazioni ancora“. La prima traduzione italiana di Stirrings still (quella di Sergio Cigada per SugarCo, 1997) optava, come titolo, per “Ultimi sussulti“. È abbastanza singolare che nel primo caso si sia scelta un’immagine di continuazione (“eccitazioni ancora“) mentre nel secondo un senso terminale e definitivo (“ultimi sussulti“). Due scelte opposte che simboleggiano quasi l’eterno dibattersi dell’uomo beckettiano tra il continuare e il finire.
La traduzione più recente della prosa (quella di Gabriele Frasca, prima in Einaudi, 2008 poi in Einaudi, 2010) conserva l’idea della fissità con la formula Fremiti fermi.


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