Bing

Titolo originale: Bing | Data di composizione: 1966 | Prima edizione: Les Editions de Minuit, Parigi, 1966 | Edizioni italiane: Einaudi, 1969Einaudi, 2010

Un fotogramma del cortometraggio “Bing / Being” (2006) di Andrea Alemanno ispirato all’omonima prosa beckettiana (vedi qui)

“Sono riuscito a starmene qui cercando di far uscire un ultimo sospiro dalla cornamusa. Mi sembra di averne ricavato qualcosa di convenientemente breve e violento tutto bianchezza e silenzio e finitezza. Difficilmente pubblicabile il che non importa affatto”. Così scriveva Beckett alla sua amica e scenografa Jocelyn Herbert il 18 agosto 1966 dal suo “rifugio” di Ussy.
Un essere viene descritto nello spazio in cui vive: un parallelepipedo di m. 1 x 1 x 2. L’essere è posizionato in piedi all’interno di questa sorta di bara verticale. In posizione eretta guarda fisso la parete bianca di fronte a sè e non compie nessun altro movimento. Non ruota neanche la testa: il soffitto e il pavimento del loculo gli sono ignoti.
“E’ fuorviante descrivere l’opera in questo modo narrativo, come se ci fosse una vera e propria trama – nota Alvarez – ci sono pochi elementi descrittivi ammassati in frasi che non hanno sintassi e sono costantemente ripetute. Come accade in Come è, Beckett usa una prosa che va oltre la grammatica, giocando su variazioni di un pugno di parole per produrre una singola, glaciale immagine. Non è né un racconto né una poesia, ma una specie di costruzione verbale minimale”.

Schema dello spazio claustrofobico in cui il protagonista, ammesso che abbia senso usare questo termine in questo caso, conduce la sua esistenza vegetativa.

In effetti il testo, costituito da un unico paragrafo con frasi separate da punti ma senza verbi e senza virgole, è quanto di più claustrofobico ed ardito Beckett abbia osato in letteratura. Vi prevale il bianco, il colore beckettiano per eccellenza. Il corpo dell’essere è completamente bianco, le pareti del parallelepipedo sono bianche. Non a caso Blanc era il titolo originale dell’opera, poi tramutato in Bing (Ping nella traduzione inglese). Bing potrebbe essere una storpiatura di being (essere, creatura), ma potrebbe essere anche un nome onomatopeico, come suggerisce la Fusini: “L’assenza di verbi rafforza, o simbolizza, l’assenza di movimento. Tutto è fermo; sull’orlo di spegnersi la lingua si avvolge in una ripetizione con varianti minime, Bing, Ping. Sentiamo solo questi rumori fino all’ipnosi”.
Anzieu tenta alcune interpretazioni: “Primo sguardo del neonato sul mondo, primo sentimento di un Io che si sforza di contenere la sensazione primitiva” ma soprattuto registra che Beckett lavorò a dieci versioni successive di Bing di cui solo l’ultima fu quella pubblicata in volume nel 1966 ricordando però che tutte e dieci le versioni furono raccolte nel 1976 in un numero speciale del “Cahier de l’Herne”.
Bing può essere considerato l’ultimo stadio di un lavoro di sottrazione e di parossistico raffinamento del materiale narrativo cui partecipano altri testi: da Lo spopolatore (con le sue duecento persone chiuse in un gigantesco cilindro) a Quello che è strano, via (due persone chiuse in una stanza) a Immaginazione morta immaginate (due persone rannicchiate in una rotonda). Qui c’è un solo essere inscatolato in uno spazio che non gli consente alcun movimento. Oltre questo limite estremo non resta che un’opera senza personaggi. Beckett arriverà anche lì, ma attraverso il teatro, con Respiro.


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