Come è

Titolo originale: Comment c’est | Data di composizione: 17 dicembre 1958 – fine estate 1960 | Prima edizione: Les Editions de Minuit, Parigi, 1961 | Edizioni italiane: Einaudi, 1965

In uno dei freddi inverni solitari del suo eremo a Ussy, in quei periodi di autoreclusione che Beckett si imponeva per lavorare con calma ai suoi testi, si colloca l’ur di uno dei romanzi più complessi dell’autore: Come è. Il primo quaderno di appunti è datato 17 dicembre 1958 e reca il titolo Pim. In una lettera del 3 febbraio del 1959 indirizzata al suo amico Con Leventhal, Beckett dichiara che con questo romanzo vuole ripartire dalle regioni estreme dove l’ha portato L’innominabile, ovvero “nel successivo subito prima di niente“. Per lavorare a questo testo Beckett abbandonò il lavoro di scrittura in tutti gli altri campi cui si stava dedicando – e con successo – in quegli anni: il teatro e la radio. Racconta Knowlson: “Come è si dimostrò uno dei testi più difficili che egli avesse mai scritto. Scoprì di non riuscire a lavorarvi per più di due o tre ore al giorno al massimo; dodici righe al giorno erano un successo; mezza pagina quasi un trionfo“.
Beckett decise di cambiare il titolo da Pim a Come è perché trovo efficace il gioco di parole che si creava tra Comment c’est (“Come è”, appunto) e Commencez (“Cominciato”, Beckett scrisse infatti il romanzo in francese e si dedicò alla traduzione in inglese solo a partire dalla fine del 1960). La stesura definitiva del romanzo è composta da tre parti: Prima di Pim, Con Pim e Dopo Pim. Nella prima parte un io narrante indefinito si trascina attraverso il fango e di fango si nutre, lo succhia traendone piacere (come Molloy succhiava i sassi e Malone le lenzuola, del resto). Nella seconda parte fa la sua comparsa Pim, che come l’io narrante si trascina nel fango. Tutta questa parte è dedicata al rapporto di amore e odio (più odio che amore) che viene a crearsi tra i due personaggi. Nella terza parte Pim abbandona il protagonista, per il quale la vita è cambiata. Ora sa che l’infinita distesa di fango non è desolata, altri esseri oltre a lui vi strisciano, infliggendosi tormenti a vicenda. Sa che dopo Pim altri incontri lo attendono.
Nota Alvarez: “È come se Beckett avesse deciso che il romanzo, [dopo L’innominabile n.d.r], non fosse stato sufficientemente assassinato. Scrisse così Come è per completare l’opera […] Ma il romanzo tradizionale era già stato, dopotutto, sufficientemente assassinato alla fine della trilogia. Come è è lo smembramento di un cadavere. […] Usando poco più di una manciata di frasi fatte e una costruzione grammaticale che va oltre la sintassi, Beckett riesce a creare un mezzo assolutamente preciso, assolutamente lucido, che risponde istantaneamente a ogni mutamento di attenzione e di umore. È l’equivalente estetico di ciò che gli scienziati chiamano ricerca pura“.
La prima edizione in volume di Come è fu preceduta da due estratti pubblicati su rivista. Il primo, L’immagine, apparve sul numero di novembre del 1959 di X e avrebbe poi assunto dignità di prosa breve a sè stante. Il secondo apparve sulla Evergreen Review (settembre-ottobre 1960). Si tratta di anticipazioni interessanti perché raccontano l’evoluzione della struttura formale del romanzo. “Beckett intendeva originariamente far comporre il romanzo in un unico lungo paragrafo non interrotto dalla punteggiatura, da maiuscole o da segni tipografici di qualsiasi genere – racconta Bairl’estratto pubblicato su X era appunto composto in questo modo. Più tardi però cambiò idea e divise l’estratto apparso su Evergreen in brevi baragrafi di diversa lunghezza, in genere non più di dieci righe, separati tra loro da uno spazio bianco: questa divisione fu poi mantenuta nel libro“.
Gontarski e Ackerley, nella loro The Grove Companion To Samuel Beckett (New York, 2004), individuano i debiti che Come è paga alla letteratura italiana dal “E fango è il mondo” di Leopardi (A se stesso) al canto VII dell’Inferno: “Fitti nel limo, dicon: Tristi fummo // ne l’aere dolce che dal sol s’allegra, // portando dentro accidioso fummo: // or ci attristiam ne la belletta negra // Quest’inno si gorgoglian ne la strozza, // ché dir nol posson con parola integra“.


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