Malone muore

Titolo originale: Malone meurt | Data di composizione: 1948 | Prima edizione: Les Editions de Minuit, Parigi, 1951 | Edizioni italiane: Mondadori, 1965Mondadori, 1970SugarCo, 1994Einaudi, 1996Einaudi, 2011

C.D. Friedrich, “Luna che sorge sul mare” (part.), 1822, Galleria Nazionale di Berlino. “E’ una notte come le amava Caspar David Friedrich, tempestosa e chiara”, dichiara Malone in un punto del romanzo.

La prima volta che ho avuto tra le mani un libro di Beckett è stato da ragazzo […] avevo comperato una copia di Malone muore […] Mi è rimasta, di questa prima lettura, la sbalorditiva impressione di un libro che cominciava dove gli altri finivano“. Così Antonio Moresco nel suo pamphlet dedicato allo scrittore irlandese (in Bollati Boringhieri, 1999).
Malone muore, secondo capitolo della Trilogia (tra Molloy e L’innominabile), segna un decisivo traguardo della poetica beckettiana e fotografa, con una chiarezza che lascia sospettare la premeditazione, il momento di transizione dal romanzo tradizionale al romanzo “beckettiano”.
Chi è Malone? Un derelitto, ovviamente. Giace in un letto aspettando di morire. Per la precisione: aspettando di finire (verbo beckettiano per eccellenza). Non sa nulla del posto in cui si trova: potrebbe essere un ospedale, un ospizio, un manicomio, ma Malone esclude tutte queste ipotesi. È un letto di una stanza spoglia. Dalla posizione in cui si trova riesce a vedere una parte dell’edificio di fronte. Ogni tanto la porta della stanza si apre. Una mano fa la sua comparsa nella fessura. Svuota il vaso dei bisogni, porta un piatto di cibo usando, come appoggio, un tavolo (facilmente raggiungibile sia dalla porta che dal letto).
Cosa fa Malone? Scrive, ovviamente. Ha un taccuino e una matita. E scrive in continuazione. Non vede né il taccuino né la matita. Scrive alla cieca. Forse è cieco. Ma scrive senza soluzione di continuità. L’effetto è reso magistralmente da Beckett nel seguente passaggio: “Ah sì, ho le mie piccole distrazioni e dovrebbero “. La frase si interrompe così bruscamente. Nel testo c’è una riga bianca. Poi il narratore prosegue: “Che disgrazia, la matita dev’essermi caduta di mano, perché l’ho ritrovata soltanto adesso dopo quarantotto ore (vedi sopra in qualche punto) di sforzi intermittenti. Ho passato or ora due giornate indimenticabili di cui non sapremo mai nulla“.

Una matita di marca Venus. E’ proprio con una matita come questa che Malone scrive le sue storie sul suo taccuino.

Malone scrive storie in attesa di finire. Il suo primo personaggio è Saposcat, un ragazzo ospite di una famiglia di contadini. Ma ben presto le avventure di Saposcat non lo interessano più. E il personaggio subisce una metamorfosi e diventa Macmann il vagabondo che finisce in manicomio e viene accudito dalla vecchia Moll. Malone fa morire il personaggio di Moll e crea Lemuel, un folle infermiere che porta Macmann e gli altri ricoverati del manicomio a fare una pericolosa escursione notturna su un’isola. L’imbarcazione naufraga. Macmann muore. Malone muore. Forse.
Ci sono due piani narrativi ben definiti in questo romanzo. Il piano delle storie che racconta Malone e il piano in cui si svolge la storia di Malone. Nel primo piano si sente ancora il “vecchio” Beckett, il Beckett irlandese. Nel secondo piano si individua già chiaramente il “nuovo” Beckett, il Beckett francese che lavora sull’astrazione e sulla rarefazione, il Beckett della fine e del silenzio. Ma attenzione: non si tratta di un passaggio in atto. Il salto poetico si è già compiuto (e si è compiuto con lucidità in Molloy). Si tratta invece di un uso consapevole e ironico dei registri: “che miseria“, “che noia“, “che noia mortale” esclamerà in continuazione Malone (il nuovo piano narrativo) giudicando i passi appena scritti sul taccuino (il vecchio piano narrativo). Non sarebbe meglio parlare direttamente della fine? E’ quello che Beckett farà nell’ultimo capitolo della Trilogia: L’innominabile.
I legami tra Malone muore e le altre opere di Beckett sono molti: l’interrogativo di fondo (come finire?) è lo stesso che anima Finale di partita e quest’opera teatrale viene chiaramente preannunciata dalla frase di Malone “tutto diverrebbe silenzioso e scuro e le cose al loro posto per sempre, finalmente” che ricorda la battuta di Clov: “ogni cosa al suo ultimo posto sotto l’ultima polvere“. Aspettando Godot, che sarebbe stato scritto immediatamente dopo la stesura di Malone muore, viene invece preannunciato da una “ottimistica” riflessione di Malone (“Perché scoraggiarsi? Già un ladrone fu salvato, è pur sempre una bella percentuale“) che ricalca, quasi pedissequamente, la celebre battuta di Estragone. Infine, in un passo del romanzo, Macmann viene paragonato al colosso di Memnone, similitudine che Beckett riutilizzerà, più di trent’anni dopo, per descrivere la protagonista di Mal visto mal detto. Un aggancio con il romanzo precedente viene individuato da Alvarez: “[Malone] non sa come ha raggiunto la stanza in cui è sepolto, sebbene abbia un bastone macchiato di sangue sulla sponda del letto e vaghi ricordi di una foresta e di un colpo sulla testa. Egli potrebbe così essere l’uomo che sia Molloy sia Moran hanno incontrato e attaccato nei loro vagabondaggi“.
La stesura di Malone muore determinò uno straordinario mutamento nelle condizioni fisiche di Beckett. Mentre era impegnato nel lavoro le persone a lui vicine temevano veramente che potesse morire una volta che il libro fosse terminato“, scrive Bair. E aggiunge: “tuttavia, non appena terminato il libro, Beckett entrò in una fase di euforia e di espansività che non provava ormai da anni. Questa reazione si verificò da allora ogni volta che egli arrivava al termine di un’opera“.


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