Molloy

Titolo originale: Molloy | Data di composizione: settembre 1947 – gennaio 1948 | Prima edizione: Les Editions de Minuit, Parigi, 1951 | Edizioni italiane: Mondadori, 1965 Mondadori, 1970Utet, 1973SugarCo, 1994Einaudi, 1996Einaudi, 2005 – Einaudi, 2012

Il personaggio di Jacques, figlio dell’agente Moran, è un appassionato di filatelia. Il Nyassa da 10 Reis è uno dei pezzi più pregiati della sua collezione.

Ho concepito Molloy e ciò che ne è seguito il giorno in cui presi coscienza della mia stupidità. Fu allora che cominciai a scrivere le cose che sentivo dentro“. (Così Beckett citato da Bair).
Molloy è il primo romanzo della cosiddetta “Trilogia” (che si completerà con Malone muore e L’innominabile), sebbene questo termine non sia mai stato usato esplicitamente da Beckett per definire l’insieme dei tre titoli e sebbene tra i tre romanzi che compongono l’opera non vi siano più elementi in comune di quanti ve ne sono con il resto della produzione beckettiana.
Molloy è inoltre il primo grande romanzo di Beckett (eccettuando il breve Mercier e Camier) scritto dopo la famosa “illuminazione del 1945” che varrà la pena di ricordare: nell’estate del 1945, mentre si trovava nella stanza di sua madre a Foxrock, Beckett ebbe una improvvisa visione interiore che gli chiarì una volta per tutte quale doveva essere l’argomento della sua poetica. Prima di quel giorno Beckett aveva seguito il solco di Joyce: una prosa che elevava a potenza la conoscenza, una prosa accumulatoria ed erudita che attingeva energia e forme dal mondo esterno. Dopo quel giorno Beckett agirà in senso opposto: non più elevazioni a potenza, ma estrazioni di radici, non più accumulazione ma impoverimento, non più il mondo esterno, ma quello interno. Il vero lavoro di Beckett inizia da quel momento. Beckett sublimerà questo momento decisivo della sua vita di artista nella piece L’ultimo nastro di Krapp, variando alcuni elementi: la stanza della madre diventerà un molo di dublino, il giorno diventerà notte, l’estate del 1945 diventerà la primavera del 1946.
Il distacco dal magistero joyciano si era già palesato attraverso un altro segno inconfondibile: il passaggio dalla lingua inglese alla lingua francese, la cui prima prova risale alla novella La fine del 1946. Nell’ambito della critica letteraria la suddivisione in periodi risponde sempre ad esigenze accademiche che tendono a schematizzare il costante e indivisibile flusso delle vite e delle opere. Paradossalmente, quando si studia l’opera di Beckett, è davvero possibile, oggettivamente, dividere nettamente la sua produzione in due periodi: “prima dell’illuminazione del 1945” e “dopo l’illuminazione del 1945“. Molloy, come già detto, è la prima opera consistente di questa fondamentale seconda fase.
Vediamone velocemente la trama che ricalca “il modello dei romanzi polizieschi che Beckett leggeva per rilassarsi” (Knowlson): una domenica mattina di agosto, l’agente segreto Moran viene contattato dal messaggero Gaber dell’agenzia del signor Youdi, per la quale entrambi lavorano. Gaber comunica a Moran il nuovo incarico: rintracciare un uomo di nome Molloy che ha intrapreso un lungo viaggio per ritrovare sua madre. Moran si mette immediatamente sulla pista di Molloy accompagnato da suo figlio, Jacques. L’investigazione di Moran, però, si rivelerà un insuccesso. Per un anno intero cercherà di trovare Molloy senza riuscirci. Nel corso di questo lungo periodo si ridurrà a vivere come un barbone, verrà abbandonato da suo figlio e quando alla fine deciderà sconfitto di tornare a casa troverà la sua abitazione in rovina: le arnie in sfacelo, le sue galline morte, la governante scomparsa. Si metterà seduto alla scrivania e inizierà a scrivere il rapporto da consegnare al signor Youdi. Intanto Molloy è riuscito a raggiungere la casa della madre, ma arriva quando quest’ultima è già morta. Decide di continuare a vivere in quella stessa casa. Trascorre il suo tempo scrivendo in continuazione. Periodicamente un uomo si fa vivo, prende i fogli scritti da Molloy e in cambio gli lascia del denaro.
Come si può vedere, si tratta di una trama piuttosto classica e assai distante dalla desolazione delle ultime prose di Beckett: qui ci sono molti personaggi, un intreccio, ruoli e dinamiche riconoscibili. Tuttavia, se si scomoda il modello del romanzo poliziesco, non si può poi non sottolineare che Beckett fa saltare questo impianto narrativo attraverso una struttura ed una prosa del tutto sconnesse. Il romanzo, infatti, si compone di due lunghi capitoli. Nel primo (un unico paragrafo senza nessun ritorno a capo) è Molloy a parlare in prima persona e la narrazione comincia dalla fine, quando cioè Molloy giunge a casa della madre, apprende la notizia della morte di questa e inizia a scrivere come un forsennato. Nel secondo capitolo (costituito da più paragrafi) è invece Moran a parlare in prima persona e – dal suo punto di vista – la narrazione comincia dall’inizio, ovvero dalla mattina in cui Gaber gli comunica il suo nuovo incarico. Entrambi i capitoli sono pieni di digressioni assurde su fatti del tutto secondari, specificazioni maniacali di dettagli, temi tipici dell’immaginario beckettiano (le permutazioni matematiche, le questioni teologiche, etc.).
Il romanzo è inoltre ricco di riferimenti alle altre opere (passate e future) di Beckett: Gaber che gioca con la sua bombetta (Aspettando Godot), i dialoghi meteorologici di Moran e Jacques (Finale di partita), la governante Marthe sulla sedia a dondolo (Dondolo), Moran che vorrebbe portare suo figlio al guinzaglio (Pozzo e Lucky in Aspettando Godot), le piante che crescono dove eiaculano gli impiccati (di nuovo Aspettando Godot). Senza contare che Murphy, Watt e Mercier e Camier vengono citati esplicitamente come persone (o personaggi) conosciuti da Moran.
Sopravvivono alcuni termini eruditi tipici della prima fase (“eudemonismo”, “cenestesia”, etc.) ma di fatto la prosa vira ormai verso quell’elegante povertà che sarà la cifra del Beckett più famoso. Senza contare i passaggi più smaccatamente sordidi: “Che volete, il gas mi esce dal culo in qualsiasi circostanza, sono quindi proprio obbligato ad alludervi ogni tanto, malgrado la ripugnanza che mi ispira. Una volta li contai. Trecentoquindici peti in diciannove ore, cioè una media di sedici peti all’ora. Non è un’enormità, dopo tutto. Quattro peti ogni quarto d’ora. E’ una cosa da nulla. Neanche un peto ogni quattro minuti. E’ davvero incredibile. Via, via, non sono che un mediocre scoreggiatore“. Alcuni brani invece sembrano racchiudere la poetica beckettiana: “l’unico modo di andare avanti era quello di fermarmi” oppure “esser davvero nell’impossibilità di muoversi dev’essere qualcosa! Quando ci penso mi si strugge l’anima. E insieme una completa afasia! E magari una sordità totale! E chi sa, una paralisi della retina! E molto probabilmente la perdita della memoria! E quel tanto appena di cervello rimasto intatto per poter esultare! E per temere la morte come una rinascita“.
Alvarez cita Hugh Kenner: “Molloy e Moran sono più o meno, rispettivamente, il sè irlandese e il sè francese dell’autore“. Shainberg fa un’interessante considerazione sull’io narrante beckettiano: “Il narratore poco attendibile, naturalmente, ha preceduto Beckett di almeno un paio di secoli, ma il suo presente ‘imperfetto’ priva Molloy di quella presunzione che molti autori hanno tradizionalmente garantito ai loro narratori: una memoria coerente e affidabile […] Nei primi tre paragrafi del racconto Molloy dice ‘non so’ sei volte, ‘forse’ e ‘ho dimenticato’ due volte e ‘non capisco’ una volta“. Lo scrittore italiano Antonio Moresco, che pur ammettendo la sua ammirazione per Beckett ha definito questo autore “un grande castratore, un manierista del nulla”, ha esposto una sua personale rilettura della trilogia beckettiana nella raccolta di saggi Il vulcano.
Juliet ricorda che sulla prima pagina del manoscritto di Molloy figurano queste parole: “Come estrema risorsa“.


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