Più pene che pane

Titolo originale: More pricks than kicks | Data di composizione: 19321934 | Prima edizione: Chatto & Windus, Londra, 1934 | Edizioni italiane: Garzanti, 1975SugarCo, 1994 – (il solo racconto Dante e l’aragosta in Einaudi, 2010)

Indice della raccolta: Dante e l’aragosta – Fingal – Ding-dong – Una notte umida – Amore e lete – Una passeggiata – Che disavventura – Il billet doux della Smeraldina – Giallo – Rimasugli.

Dante e Virgilio incontrano Belacqua nel Purgatorio (incisione di Gustave Dorè. part.)

I primi anni Trenta sono per Beckett piuttosto difficili: la morte del padre e le crescenti crisi depressive (che lo condurranno alla psicoterapia seguita dal professor Bion, ampiamente documentata nel saggio di Anzieu) minano il carattere già difficile e solitario dell’autore. A tutto questo si aggiunge l’ammirazione morbosa per Joyce – che Beckett ha conosciuto di persona e con cui ha collaborato durante la stesura del Finnegan’s Wake – che modella pesantamente le prove letterarie di questo periodo.
È in questo clima di agitazione esistenziale che i dieci racconti che formeranno Più pene che pane vengono composti. Dieci episodi tutti collegati tra loro (di fatto Più pene che pane può considerarsi un romanzo a episodi più che una raccolta di racconti) che vedono come protagonista Belacqua.
Belacqua Shuah, studente di Dublino, alter ego neanche troppo nascosto di Beckett, prende il suo nome dalla Divina Commedia (l’opera letteraria preferita di Beckett, che lo scrittore leggerà e rileggerà per tutta la vita). Nel quarto canto del Purgatorio, Dante e Virgilio salgono alla cintura dove sono confinati i negligenti a convertirsi. Qui incontrano Belacqua, un liutaio fiorentino, seduto con le braccia intorno alle ginocchia e il capo chino (una posizione che ricorda quelli di molti “dannati” descritti nella prosa Lo spopolatore). Emblema della pigrizia estrema e della rassegnazione, ma anche della pazienza e della pervicacia (tutti caratteri facilmente ascrivibili all’opera di Beckett), Belacqua vorrebbe ormai salire al Cielo, ma non si muove perché sa che l’angelo di guardia lo respingerebbe indietro. Non gli resta, dunque, che attendere il suffragio definitivo confidando nelle preghiere dei buoni. Allo stesso modo, il Belacqua di Beckett si aggira per Dublino in una girandola di incontri e situazioni dalle quali si esclude sempre, rifiutando consapevolmente di farne parte e affondando sempre di più nella noia e nell’inconcludenza.

La Maddalena nella “Pietà” del Perugino (Dublin National Gallery, part.). Nel secondo racconto di “Più pene che pane”, il narratore dichiara esplicitamente che il personaggio di Ruby Tough ha questo stesso volto.

Da un punto di vista stilistico Più pene che pane si rivela piuttosto deludente. Il critico Alvarez, nel suo studio su Beckett, liquida l’opera come “una parodia di Joyce“. E in effetti le avventure di Belacqua sono solo il pretesto per un continuo sfoggio di erudizione (citazioni in lingua dall’italiano, al francese, al tedesco, riferimenti teologici e filosofici) e per esperimenti stilistici in odore di modernismo. “Beckett ha imitato ogni cosa da James Joyce – eccetto la magia verbale e l’ispirazione” sarà la secca recensione di un settimanale letterario (John O’London’s Weekly, 9 giugno 1934).
Quasi tutta la critica, però, è concorde nel giudicare degno di nota il racconto d’apertura: Dante e l’aragosta. In questa avventura, che si distingue dalle altre per l’esecuzione impeccabile e la crudezza metaforica, Belacqua deve consegnare un’aragosta a sua zia che la cucinerà per cena. Belacqua (è qui l’idea intorno a cui ruota il racconto) non sa che le aragoste vengono bollite vive. “È viva!” esclama con raccapriccio quando apre il cartoccio di fronte alla zia. Alla pescheria gli avevano assicurato che il crostaceo era fresco (lui pensava, quindi, che fosse stato pescato poche ore prima, ma ormai morto). Con un passaggio impercettibile (forse l’unico in cui Beckett dà prova di vero talento nell’ambito di questa raccolta), l’animale, fino ad ora semplice dettaglio del racconto, diventa di colpo simbolo. E simbolo dell’intera condizione umana. L’aragosta “esposta in forma di croce sulla tela cerata” viene presa dall’impassibile zia e avvicinata all’acqua che bolliva nella pentola. “Sollevò dal tavolo l’aragosta. Le restavano circa trenta secondi da vivere. Be’, pensò Belacqua, è una morte veloce, che Dio ci aiuti tutti quanti. Non lo è“.
Non si vogliono qui tirare conclusioni critiche troppo affrettate. Certo è difficile non vedere riassunta in queste due proposizioni antitetiche (“E’ una morte veloce / Non lo è”) l’ossessione della stirpe degli antieroi beckettiani. Ognuno di essi, come Belacqua, non può fare altro che aspettare. Ognuno di essi, al pari dell’aragosta, vive un’agonia che vorrebbe breve. Ma che non lo è.


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