Diario da Enniskillen

Diario da Enniskillen

Vita Accardi, regista e attrice di cui www.samuelbeckett.it si era già occupato qui e qui, ha visitato l’edizione di quest’anno del festival beckettiano di Enniskillen. Sapendo del suo viaggio le ho chiesto se aveva voglia di tenere un diario del suo soggiorno da pubblicare poi su questo sito. Vita ha cortesemente accettato, ed ecco qui la sua cronaca e una manciata di belle fotografie (FP).

Giovedì 7 Agosto, ore 20:00. Krapp’s Last Tape

L’Ardowen Theatre di Enniskillen è una costruzione moderna, realizzata a metà degli anni ottanta e si affaccia sul lago, il Lough Erne. All’interno, sul palcoscenico avvolto nel fumo, Klaus Maria Brandauer nei panni di Krapp è accasciato immobile sul tavolo, il pubblico si sistema con disinvoltura e animo leggero. Penso che l’aspetto clownesco del personaggio, così voluto dall’autore, sia ormai un po’ datato, ma la forza dell’interpretazione mi farà tollerare il nasone e i riccioli della parrucca. Lo spettacolo è in tedesco con i sottotitoli in inglese. Il pubblico ride alla scena iniziale della banana e ancora di più quando l’attore prende uno scivolone calpestandola. Questo pubblico, per la maggior parte irlandese, è allegro e con l’andare avanti della rappresentazione mi viene in mente che il dramma e il dolore a cui sono venuti ad assistere sono una inevitabile condizione umana da esorcizzare con il rituale del teatro, osservo la platea, pian piano tutti sono diventati molto attenti e concentrati.

Questo Krapp è il più disperato che abbia visto, la sua tragicità è quella di un vecchio uomo devastato dall’alcool e dalla solitudine, con accessi d’ira improvvisi, strutturati in modo esemplare da attore e regista. Peter Stein accompagna Brandauer attraverso questo cammino drammatico risolvendo la scena della rievocazione dell’incontro amoroso di Krapp con la ragazza, in barca, in cui le comunica che non avranno un futuro insieme, con un’azione mimica in cui l’attore accenna a sdraiarsi sul tavolo come su di lei, interrompendo l’azione con un moto di rabbia per allontanarne il ricordo. Krapp abbandona la ragazza per timore che la relazione affievolisca la sua ambizione letteraria, in vista di un successo che sarà stato perseguito inutilmente, toccando il tema centrale dell’opera di Beckett: il fallimento.

Ecco la scena finale. I Krapp a cui ho assistito, interpretati da Rick Cluchey, Bob Wilson, Giancarlo Cauteruccio affidavano all’orizzonte, al buio che li circondava, lo sguardo carico di dolore e nostalgia. In questo caso, il nostro Krapp sembra talmente smarrito nel suo isolamento da essere ormai oltre la possibilità di provare rimpianto per le cose perdute, si consegna totalmente all’ultima rievocazione riprendendo e terminando l’atto di sdraiarsi sul tavolo come sulla ragazza amata. Le luci lo lasciano lentamente, così, a faccia in giù, l’immagine del corpo affranto e abbandonato è talmente forte da suggerire l’addio definitivo alla vita.

Bravissimo Brandauer, i suoi settant’anni compiuti da poco sembrano aver regalato a questo personaggio un’intensità rabbiosa e struggente, un compimento perfetto dell’essere attore. Fuori dal teatro saluto il Direttore del Festival, Sean Doran, in compagnia di Adrian Dunbar, il regista di “Catastrophe” in scena in questi giorni, quest’ultimo si congratula con me per l’arrivo di ‘beckettians’ anche dall’Italia…

Venerdì 8 Agosto,ore 12:00. Catastrophe

Appuntamento all’Enniskillen Castle. Il castello fu costruito all’inizio del XVI secolo e fu conquistato dagli inglesi nel 1594, dopo otto giorni d’assedio. Sotto una pioggia fine ci aspetta un autobus che ci condurrà in una destinazione segreta, per assistere alla pièce che Beckett scrisse nel 1982 per sostenere la causa del drammaturgo dissidente Vaclav Havel, imprigionato più volte, leader della Rivoluzione di Velluto del 1989 a Praga e successivamente eletto Presidente della Cecoslovacchia.

Ci inoltriamo nella campagna irlandese per una mezz’ora di viaggio, nei pressi di Lisbellaw ecco casette con giardini, ciascuno con la sua macchina parcheggiata, saliamo su per una collina, pecorelle a destra, un piccolo cimitero di campagna con le croci celtiche, riscendiamo per viali tanto stretti che i rami degli alberi frustano l’autobus, infine arriviamo a una chiesetta metodista dell’ottocento. All’interno il set è organizzato, già l’Assistente osserva il Protagonista insieme al responsabile delle luci, il pubblico si sistema, per ultimo arriva il Regista e con la sua arroganza compromette l’atmosfera di antica intimità rurale.

Le interpretazioni degli attori sono intense e precise, Frank McCusker nei panni del Regista e Orla Charlton in quelli dell’Assistente, la regia di Adrian Dunbar ci conduce con sapienza, attraverso un ritmo rigoroso, alla comprensione di questo atto unico ‘politico’. Il Protagonista, interpretato da Dylan Quinn, dopo essere stato spogliato e manipolato per un quarto d’ora nella composizione di gesti e posizioni, infine alza il capo e con uno sguardo d’orgoglio fissa l’audience plaudente che lentamente si azzittisce perplessa. Più tardi incontro Dunbar, il quale mi dice che quello sguardo è proprio un incitamento al popolo affinché sollevi la testa, una simbolica esortazione alla consapevolezza.

Venerdì 8 Agosto, ore 19:30. Roaratorio

“Erano sessantaquattro tracce sonore nella prima registrazione, ora, nelle grotte, ne sono installate otto”. Questo è quello che mi racconta di Roaratorio Everett Frost, produttore radiofonico americano e regista di All that fall, Embers e di quasi tutte le pièces radiofoniche di Beckett, tra il 1986 e il 1989. Interessante incontro, gli chiedo se conosce Alvin Curran, il musicista e compositore, mio amico e collaboratore. Dice che sì, certo, di salutarlo. Immagino sia incuriosito da notizie provenienti dall’Italia di un artista che ha collaborato con John Cage e che ha conosciuto in quegli anni.

Roaratorio, tratto dal Finnegans Wake di James Joyce è stato composto da Cage nel 1979, Merce Cunningham, grande coreografo e suo compagno di vita, nel 1983 creò un balletto per questo pezzo, dal quale assisteremo ad alcuni estratti danzati dal Dylan Quinn Dance Theatre.

Dopo un tragitto di circa mezz’ora in auto, arriviamo alle Marble Arch Caves, iniziamo il percorso prendendo silenziosissime barchette che attraversano l’acqua proveniente dai fiumi della Contea di Fermanagh, sulla superfice è riflessa l’illuminazione realizzata nelle grotte, magnifiche. Da lontano arriva l’eco delle note dell’opera di questo importante innovatore, teorico della musica, scrittore, artista. Il suono comincia ad essere più presente, le tracce disseminate tra le rocce si alternano e sovrappongono, alcune costituite dalla voce del compositore che legge brani mesostici del testo, ossia brani la cui parte centrale, in frasi sovrapposte in ordine orizzontale, forma delle parole in senso verticale, altre da musica tradizionale irlandese e altre ancora da effetti sonori registrati anch’essi sull’isola.

All’approdo delle barche ci attendono i danzatori che eseguono i passi della coreografia, riprendendoli ogni volta che appariranno ancora sul nostro percorso. Il contrasto tra i suoni elettroacustici e l’ambiente naturale è emozionante, le cavità della pietra accolgono perfettamente gli echi delle tracce sonore, mentre cammino ascolto da varie direzioni tuoni, belati di pecore, rumori di vetri che s’infrangono, la lettura di Cage, un grido, la voce graffiante di una donna che sembra venire da un vicolo, ancora tuoni, risate, scrosci d’acqua, percussioni, il verso di un gallo, il pianto di un neonato, violini, esplosioni, la voce del cantante irlandese Joe Heaney che sembra venire da un tempo antico, un tempo incantato. Tutto è in equilibrio, sensibile e potente.

All’uscita delle grotte faccio amicizia con il regista viennese Robert Quitta, è qui per scrivere un articolo per Der Standard, ha messo in scena nel 1996 lo spettacolo Beckett in Altersheim ispirato agli ultimi mesi della vita di Samuel Beckett. Andremo a cenare e poi a bere al pub come tutti gli irlandesi, visto che è venerdì sera.

Sabato 9 Agosto, ore 15:00. I Went Into The House But I Did Not Enter

Heiner Goebbels, compositore e regista tedesco di questo lavoro ispirato a Worstward Ho del 1983, in scena all’Ardowen Theatre, preferisce definire il suo spettacolo ‘music-theatre’ piuttosto che ‘opera’. In un incontro con il pubblico, ci ha detto che ha voluto lasciare alla parola la sua possibilità di essere ‘letta’ dallo spettatore, cercando di rispettare le pause contenute nel ritmo del testo e dando indicazioni ai cantanti dell’Hilliard Ensemble di non ‘colorare’ l’interpretazione. Mi viene in mente l’attrice inglese Billie Withelaw e il suo ricordo di Beckett che raccomandava agli attori “Take all emotion out of it. No colour, no colour“.

La scena si apre su una stanza d’albergo in cui tre uomini si muovono compiendo azioni quali osservare dalla finestra, piegare i pantaloni sul letto, leggere il giornale, nei momenti in cui sono immobili sembrano comporre un tableau-vivant con l’atmosfera dei quadri di Edward Hopper e una sottile ambiguità sospesa che mi fa pensare ad alcune scene di sogni nei film di David Lynch. Un quarto uomo in vestaglia entra dalla porta, uno accende il televisore, un’altro va ad aprire il frigo, il tenore che osserva dalla finestra sembra guidare il coro nella descrizione di quello che vede, le immagini del testo, l’uomo mano per mano al bambino, il cranio, lo sguardo fisso, il vuoto, il fosco. Si alternano le posizioni nella stanza, viene montato uno schermo per diapositive che mostrano istantanee di paesaggi e persone, l’ultima è l’immagine fissa di una spiaggia con le onde sulla quale, poco dopo, viene proiettata la stessa immagine animata che rende la percezione dell’acqua in leggero movimento.

Daccapo disdire che le ombre possano andarsene. Andarsene e ritornare. No. Le ombre non possono andarsene. Meno che meno ritornare.” Il ritmo sonoro è lo stesso per i trenta minuti di esecuzione, ipnotico come un mantra, rinuncia all’espressività per svelare un significato segreto tra la parola e la sua mancanza, nello scandire del tempo, nelle pause, nelle minime variazioni modulate del canto. In Dream of Fair Middling Women Beckett scrive “L’esperienza del mio lettore sarà tra le frasi, nel silenzio, comunicato dagli intervalli.” E’ interessante che il Festival tenda a far convergere diversi generi di lavori tratti dalla produzione beckettiana, l’esplorazione attraverso diverse letture sembra ben diretta a rivelare il potenziale ancora nascosto di queste opere nel contemporaneo.

Sabato 9 Agosto, ore 18. Happy Days

Pioviccica, pioviggina, oggi pioggerella, il pomeriggio sunny, appena prendo un taxi le prime parole sono sul tempo, che in effetti cambia di continuo, visibilmente fino al tramonto del sole alle 21 circa. La rappresentazione si svolge al piano superiore del Pat’s Bar, la collina di Winnie è costruita con terra, rami, foglie, il resto dell’allestimento è essenziale, il più famoso personaggio femminile di Beckett riesce qui a vivere ancora, pur disturbato nel secondo atto dal rumore di bottiglie che vengono scaricate sul retro.

Nel primo atto, la signora medio borghese con un cappellino rosso delizioso, appena stravagante e molto “vecchio stile”, ci conduce disinvoltamente attraverso il testo fino alla mia battuta preferita “Strano? No, qui tutto è strano“. Successivamente, nel secondo atto, Winnie è dolente, il volto sfatto, più astratta nello sfacelo del seppellimento e dell’immobilità fino al collo che le impedisce di mettersi in ordine, pettinarsi, rifarsi il trucco. Ancora una volta la lady di Happy Days ha toccato il pubblico con l’interpretazione intensa di Antoinette Cahill, nella dimensione ‘assurda’ del personaggio a cui si accede, in questa occasione, da un ambiente fatto per socializzare.

Sabato 9 Agosto, ore 20. Texts for Nothing

Mi incammino verso l’Enniskillen Castle, mentre il cielo serale schiarisce un po’ tra uno scroscio di pioggia e l’altro, per cercare la parete con l’installazione luminosa di Joseph Kosuth. L’artista concettuale statunitense ha utilizzato diverse frasi di Text for Nothing nei suoi lavori al neon, qui ne viene esposta una. Ecco, mi appare davanti il Glabe Wall con la scritta: “The words too, slow, slow,the subject dies before it comes to the verb, words are stopping too“. Nelle note di presentazione Kosuth scrive “Beckett si avvicina alla questione del significato dalla sua assenza, nel mio lavoro sono piuttosto interessato a come è fatto il significato … Il significato è qui ciò che viene lasciato alle spalle come una sorta di effetto residuo della parola.

Sabato 9 Agosto, ore 22. Transfigured Night

A man and woman walk on togheter. The full moon keeps pace with them.” Una frase del poema di Vona Groarke tratto da quello originale che Richard Dehmal’s scrisse per la Notte Trasfigurata di Arnold Shoenberg, composta nel 1899. Il concerto segna la chiusura del Festival in questa sera di luna piena, io sono legata a quest’opera perché l’ho inserita in uno spettacolo tratto da Mal vu Mal dit, nel 1987, dunque perfetta e romantica conclusione del mio soggiorno. Le immagini rarefatte del video di Netia Jones, le figure di un uomo e una donna che camminano nel bosco, i rami degli alberi, i loro passi, accompagnano l’orchestra composta di viola, violoncelli e violini, nella St.Macartin’s Cathedral. Alla fine, i bravi musicisti del Meccorre Quartet vengono applauditi calorosamente ed io me ne vado verso casa cercando la luna in cielo.

È una luna beckettiana, non si vede o forse non è ancora sorta, ma sappiamo che c’è. Good night, Sam.

Vita Accardi

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