Molloy secondo Evenson

Molloy secondo Evenson

Di seguito la mia traduzione in italiano dell’intervista di Colin Winnette allo scrittore statunitense Brian Evenson. La conversazione tra i due, apparsa su Electric Literature,  è tutta incentrata sul romanzo Molloy di Samuel Beckett. L’immagine viene da qui. (FP)

Perché proprio Molloy?

È un libro che mi piace tantissimo, e penso che la narrativa americana contemporanea sarebbe più interessante se più scrittori conoscessero Molloy. Penso inoltre che sia un libro molto divertente (certo, di uno humor particolare) e alcune frasi sono davvero incredibili.

Come hai conosciuto questo libro? Qual è stata la tua prima reazione?

All’ultimo anno delle superiori ci fecero leggere il testo teatrale The Zoo Story di Edward Albee. Nelle note al testo c’era scritto che se ti piaceva Albee probabilmente ti sarebbe piaciuto anche Beckett. C’era una piccola libreria dell’usato nella periferia di Provo, Utah e lì comprai Finale di partita per un dollaro. Lo adorai – ancora oggi è la mia pièce beckettiana preferita – e finii a leggere la trilogia (Molloy, Malone muore e L’Innominabile). Mi piacciono tutti e tre i romanzi, ma Molloy è stato quello che mi ha impressionato di più. Mi intrigava e mi dava l’impressione che non l’avessi capito tutto. Penso anche che il fatto che la prima parte si componga di due soli paragrafi (uno lungo un paio di pagine e l’altro circa 80) mi abbia invitato a leggere senza interruzioni: non riesco a smettere fino a quando non raggiungo la fine del paragrafo che sto leggendo e questo ha reso la lettura di Molloy un’esperienza strana e ricca di tensione. L’abilità di Beckett di affiancare due narrazioni mantenendo la coerenza è qualcosa che suscita ammirazione. Era qualcosa di totalmente diverso da tutto quello che avevo letto prima. Il momento in cui la narrazione passa da Molloy a Moran mi ha scosso e mi ha spinto a continuare la lettura.

Cosa pensi del modo in cui la parte di Moran e quella di Molloy interagiscono nel romanzo?

Bè, è una giustapposizione discontinua, messa in modo che la seconda parte sembri risolvere la prima. Ci sono molti segnali in questo senso nelle cose che vengono dette nella parte di Moran, ma a mano a mano che procedi nella lettura di rendi conto che in realtà nulla viene spiegato, quanto meno non completamente. Anzi, sembra quasi che alla fine Moran si stia trasformando in Molloy (anche se questa congettura non può essere dimostrata). Moran non arriva a capo di nulla (a parte una morte che comunque non è sicuro di comprendere fino in fondo); torna al punto di partenza ma quel punto è cambiato mentre lui era via, e lui stesso è cambiato. E alla fine il modo in cui termina il romanzo chiama in causa il romanzo stesso e la stessa letteratura.

Cosa pensi oggi di quel parallelismo tra Albee e Beckett?

The Zoo Story mi è piaciuto, ma penso che Beckett sia un animale diverso da Albee. Sono simili ma non identici. Penso che chi abbia scritto di quel parallelismo sia stato influenzato da The Theater of the Absurd di Martin Esslin e abbia considerato Albee e Beckett parte di quella tradizione. Comunque sono riconoscente verso Albee non solo per avermi mostrato cosa si può fare con la drammaturgia ma anche per avermi portato indirettamente a Beckett.

Parlami un po’ dell’apparente ossessione di Beckett per il decadimento, l’invecchiamento, la consumazione non solo in senso fisico ma anche psicologico. Molloy non è l’unica opera di Beckett che ti porta fino a un certo punto e poi abbandona la sua traiettoria narrativa per andare verso il decadimento e la stagnazione.

Credo che sia un’ossessione più che apparente. Ha a che fare con la concezione filosofica di Beckett secondo cui noi ci muoviamo dalla culla alla tomba e questa è l’unica traiettoria che qualunque forma di esistenza organica può percorrere. Come Beckett lascia intendere in Aspettando Godotpartoriscono a cavallo di una tomba, il giorno splende un istante, ed è subito notte”. L’opera di Beckett parla della notte, ma anche di quel brevissimo giorno.

In che senso gli scrittori che apprezzano Molloy potrebbero rendere la narrativa contemporanea americana più interessante?

Credo che esistano due grandi linee di innovazione nella narrativa statunitense. La prima affonda le radici in Joyce (nell’Ulisse, in particolare) e presenta un massimalismo eccessivo e grandi acrobazie letterarie. David Foster Wallace, ad esempio (che io ammiro molto). È un gruppo di scrittori prestigioso dai quali c’è molto da imparare, ma al tempo stesso ho l’impressione che questi autori vogliano stipare l’intero universo in un sacchetto di carta. All’inizio è affascinante osservare questo loro tentativo, ma alla fine il tutto appare troppo autocompiaciuto. L’altra linea di innovazione è quella che risale a Beckett e a Kafka, che fanno cose incredibili con il linguaggio ma senza cercare di essere spettacolari a tutti i costi. I loro lavori non dicono “ammiratemi!”. Si concentrano invece sull’essenza dell’immaginazione, seguono la loro strada e non si fanno scrupolo di tagliare fuori tutto ciò che a loro sembra irrilevante. Da un lato sono modesti, dall’altro sono spietatamente incisivi. Se più scrittori americani approfondissero la loro conoscenza di Beckett, e di Molloy in particolare, questo cambierebbe il concetto di “sperimentazione letteraria”. Nella letteratura francese questo è accaduto. Senza contare che esistono anche settori della letteratura consapevolmente non innovativi e non sperimentali. Gli scrittori realisti andrebbero giudicati alla luce dell’assenza di ordine di Molloy.

Ci sono scrittori realisti statunitensi, contemporanei, che secondo te sono stati influenzati positivamente da Beckett o da Molloy in particolare?

Così su due piedi non mi viene in mente nessun nome. Credo che ci siano molti scrittori sperimentali influenzati da Beckett ma nessun realista. Credo che molti di questi autori abbiano iniziato come realisti e poi, attraverso Beckett, abbiano abbandonato quest’ambito per spingersi oltre.

Rileggi spesso Molloy? Che tipo di approccio scegli ogni volta? Continui a imparare cose nuove?

Sì, prima lo rileggevo almeno una volta l’anno. Ora lo faccio più di rado, perché voglio dimenticarlo per bene in modo che si presenti nuovo a ogni rilettura. Quando ero all’università ho confrontato frase per frase la versione francese e quella inglese. Scrissi anche un saggio sulle differenze e le similitudini. Credo che sia il romanzo che ho approfondito di più in assoluto. Quando lo rileggo è come incontrare ogni volta un vecchio amico ricordandosi del perché è tuo amico. Ci sono alcuni passaggi che ricordo sempre e altri che mi tornano in mente solo nel momento in cui li rileggo.

È disponibile on line il saggio di cui parli?

Si intitola Heterotopia and Negativity in Beckett’s Molloy(s) ed è apparso sulla rivista Symposium nel 1992. Se cerchi questo titolo su internet lo trovi, anche se probabilmente avrai bisogno di un account universitario per accedere al documento.

Per chi non conosce l’argomento puoi dire qualcosa sul rapporto tra Beckett e la lingua francese? So che lui scriveva in francese sebbene non fosse la sua lingua madre, e lo faceva per una ragione particolare.

Beckett diceva che scriveva in francese perché “in francese è più semplice scrivere senza stile”. Credo che ci sia sempre una relazione particolare con una lingua diversa dalla tua lingua madre e Beckett era convinto che scrivendo in francese avrebbe fatto piazza pulita di tutti gli orpelli stilistici e di tutti gli automatismi in cui sarebbe incappato se avesse scritto in inglese (come accade ad esempio nel suo Dream of a fair to middling women). È una ricerca volontaria dell’impoverimento della propria sintassi e del proprio vocabolario.

Che consiglio daresti a chi è incuriosito da Beckett ma al tempo stesso intimidito da questo romanzo?

Bè, se riuscite a superare i primi due paragrafi siete a posto. Dopo, la struttura del romanzo diventa quasi normale. È un libro in cui la maggior parte del piacere deriva, secondo me, dal passaggio dallo stile narrativo di Molloy a quello di Moran e dal paragone che si ricava tra i due. La parte di Molloy è volutamente vaga e ci dà davvero pochi appigli a cui aggrapparci fin quando non ci siamo dentro fino al collo. La voce ci sospinge insieme all’ossessione del narratore e all’idea che si stia compiendo una sorta di viaggio anche se tutto è offuscato dalla confusione di Molloy. Credo che il miglior modo di leggere questo romanzo sia quello di lasciarsi andare, senza chiedersi se ci si sta perdendo qualcosa. Lasciarsi andare e continuare a leggere. Il libro non dà risposte alla maggior parte delle domande che solleva ma dà grandi soddisfazioni sul piano linguistico. Come accade con Hogg di Samuel Delany (un altro romanzo estremo, anche se in modo diverso) credo che il lettore provi spesso la tentazione di smettere di leggere, ma farlo sarebbe peggio perché solo continuando a leggere si dà senso al tutto. Dunque, insistete, andate avanti, non state lì a preoccuparvi del significato, e tirate dritto.

Facci qualche esempio di domande che restano senza risposta e cosa ci viene offerto al loro posto.

Perché Molloy è nella stanza di sua madre? Chi è l’uomo che passa a prendere le pagine scritte da lui? Fino a che punto la storia di Moran è inventata e fino a che punto è accaduta davvero? E così via. In cambio, al posto delle risposte, ci viene data una voce vivissima, un bel po’ di confusione, umorismo e… altre domande.

Entriamo nel merito della funzione dell’ossessione in Molloy. A me sembra che il comportamento compulsivo del protagonista entri in contraddizione, in modo affascinante, con il suo frequente fatalismo.

A me sembra che questo ricorra in quasi tutti i lavori di Beckett, non solo in Molloy. L’ossessività e la volontà di esprimere il mondo è ciò che guida la narrazione. Non c’è una struttura classica, come nei romanzi dell’Ottocento, ma tante piccole eruzioni di ossessività. Così, in Molloy, a un certo punto sembra di fondamentale importanza per il narratore mettersi a spiegare il suo complesso sistema per succhiare i sassi. Oppure, in Come è, c’è un profilo molto dettagliato del mondo che è stato concepito e di come tutto interagisca con esso. È l’ossessione per la sistematizzazione attraverso cui ci sforziamo di controllare il mondo che ci circonda, cercando un senso anche dove è difficile trovarlo.

In passato abbiamo parlato del tuo amore per “l’articolazione di una serie di idee: non importa quanto sbagliate possano essere, fintanto che posso seguirne lo sviluppo”. Può essere stato questo tuo interesse ad avvicinarti a Beckett o l’amore per questo autore ha seguito una strada autonoma?

Bella domanda. Non ne sono certo, ma Beckett ha trovato corrispondenza con qualcosa che già era sepolto da qualche parte in me.

Ricordi il momento in cui hai capito che questo romanzo era speciale per te?

Come ho già detto, ho iniziato appassionandomi alla vicenda di Molloy, chiedendomi come era finito lì, chi era e perché stesse scrivendo la sua storia. L’ingresso nel romanzo non può essere che questo, e ti chiedi che senso abbiano le digressioni di Molloy e l’ambiguità di quello che dice. Ma a mano a mano che sono andato avanti nella lettura ho smesso di preoccuparmi di questi aspetti perché ho capito che certe domande sarebbero rimaste senza risposta. Lo strano umorismo dello stile però mi è rimasto sotto pelle. E poi c’è il finale, dove il romanzo interroga profondamente la realtà.

La voce narrante è al tempo stesso suadente e destabilizzante. Il lettore è spinto in due direzioni contemporaneamente.

Proprio così. La voce ti dà qualcosa a cui aggrapparti, ma dopo un po’ cominci a chiederti a cosa ti stai aggrappando esattamente. È una tensione a cui Beckett stesso si riferisce, non ricordo dove, parlando di una “doppia vibrazione”, il che descrive bene l’effetto altalenante, avanti e indietro, che si subisce nel corso della lettura.

Molloy è un classico personaggio beckettiano. Un essere vecchio, indebolito, impegnato nel ripercorrere i fatti salienti della sua vita, impedito nei movimenti (perfino il semplice sollevare una gamba – mi piace molto ad esempio la descrizione di Molloy sulla bicicletta). Moran invece è piuttosto diverso dagli altri personaggi di Beckett.

È vero. Molloy è un romanzo di transizione ed è una delle cose che mi piacciono di questo libro. Conserva la struttura del romanzo classico nel momento in cui Beckett supera questa struttura – è come se fosse il fantasma di un romanzo. È come se Beckett avesse ben chiaro in mente come sarebbe stato questo libro se fosse stato scritto in un’altra epoca, in un altro momento della sua carriera, e lui va in questa direzione e poi fa tutt’altro.

C’è qualcosa che chiedo sempre quando incontro un appassionato di Beckett e dunque rivolgo anche a te la domanda, perché mi sembra particolarmente pertinente alla tua scrittura: perché questa ossessione per la morte, per l’invecchiamento e il decadimento? Quanto sono importanti questi temi per te? E leggere Beckett in questo senso costituisce una consolazione o peggiora le cose?

Quando il Times recensì la mia prima raccolta di racconti notò che 11 storie su 29 parlavano di morte nel primo paragrafo. Dunque penso che, sì, ho una certa ossessione per questo tema, almeno per quanto riguarda la mia scrittura. Non credo però che questo sconfini nella mia vita privata. Credo che l’idea della morte mi preoccupi quanto preoccupa tutti e l’idea di invecchiare non mi spaventa. C’è in questo una specie di stoicismo che deriva dall’essere cresciuto negli Stati Uniti occidentali. I miei antenati erano pionieri e morte e vita erano considerate due facce della stessa medaglia. Molti, quando mi conoscono, si sorprendono di scoprire che sono una persona cortese, tranquilla e serena, ma al tempo stesso non credo ci sia un motivo particolare per cui uno scrittore non debba affrontare temi angoscianti, anche perché questi temi rivelano aspetti dell’esperienza umana che emergono solo in condizioni estreme. E, sì, per qualche ragione, trovo grande appagamento e gioia nel leggere le pagine più cupe di Beckett.

Lasciaci con un brano da Molloy e con qualcosa su cui riflettere.

Amo il modo in cui Beckett gioca con le aspettative della narrazione, così come amo l’humor nero dei suoi libri. Il mio brano preferito del romanzo, che mi è già capitato di citare altrove, è questo: “Spinse la sua mano verso di me. Mi sembra di avergli ripetuto che doveva andarsene. Posso ancora vedere la sua mano che si avvicina a me, pallida, che si apre e si chiude. Come se vivesse di vita propria. Non so cosa è accaduto poi. Ma poco dopo, o forse molto dopo, lo trovai riverso per terra, la testa in poltiglia. Mi spiace non essere in grando di indicare in modo più preciso come questo risultato sia stato ottenuto, sarebbe stato qualcosa di interessante da leggere”.

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