Beckett & Puppet

Beckett & Puppet

Nel 2005, il CTA, Centro Teatro di Animazione e Figure di Gorizia, ha dato vita al progetto Beckett & Puppet, manifestazione che ha visto la partecipazione di oltre venti compagnie provenienti da tutto il mondo per proporre i loro spettacoli per pupazzi, burattini, marionette ispirati al teatro di Beckett. Oggi Fernando Marchiori ha curato un volume per i tipi di Titivillus che raccoglie sotto il titolo Beckett&Puppet. Studi e scene tra Samuel Beckett e il teatro di figura una serie di interventi, fioriti intorno al progetto, firmati da critici, studiosi e artisti.

La tesi di fondo è ambiziosa, perché qui non si vuole solo – e giustamente – sottolineare quanto importante e fertile sia stata la poetica beckettiana per il mondo del teatro di figura ma si sostiene che «a sua volta il mondo delle teste di legno ha influenzato la scrittura, non solo teatrale, di Beckett». Lo testimonierebbe il paradosso tutto beckettiano di «cercare la scrittura nel fallimento della scrittura, la vita – il suo puro accadere, senza pensiero – in personaggi inorganici. In questo senso, marionette e burattini sono “beckettiani” prima di Beckett». Quanto ha contribuito, insomma, il mondo del teatro di figura a formare la poetica beckettiana? È esistito un Beckett appassionato di puppet show (dato biografico intorno al quale la documentazione è quanto mai scarsa, se non nulla)? Eppure è indubbio che vi sia qualcosa che lega l’archetipo del fantoccio al teatro di Beckett. Nel tentativo di scovare questo qualcosa, il curatore richiama l’attenzione sull’importanza che l’inanimato ha sempre avuto nel teatro beckettiano e fa, tra gli altri, l’esempio calzante di Dondolo, dove «non l’afasico personaggio femminile, dunque, ma l’oggetto qui è deputato a guidare l’azione, muovere, abbracciare». E, ancora, così come il pupazzo parla con la voce del marionettista, sono molti gli attori beckettiani a esprimersi attraverso una voce fuori scena.

Si potrebbe concludere insomma che è più facile che esista un teatro di figura beckettiano di un teatro di figura, che so, brechtiano, shakespeariano o eschileo. Eppure – dichiara Alfonso Cipolla nel suo intervento che correda il volume – «mi chiedevo se poteva avere un senso, o meno, sostituire all’uomo beckettiano – all’uomo degradato a relitto, ma pur sempre ancorato caparbiamente al suo stato d’essere umano – un suo simulacro che in quanto tale contiene già in sé il concetto di diminuzione, di parte di frammento» e si risponde qualche pagina dopo: «se forse è impossibile rappresentare Beckett coi puppet senza incorrere in una edulcorazione di inquietudine e di umorismo, per contro molto teatro di figura, proprio nell’indissolubilità fisica tra marionetta e animatore – microcosmo monco ma autosufficiente – può essere considerato quanto di più violentemente beckettiano si possa immaginare. Insomma, molto teatro di figura oggi è beckettiano senza averne coscienza».

Ma l’argomento risolutivo lo propone Roberto Canziani in quello che è probabilmente l’intervento più interessante del volume. Riflettendo su una questione cruciale per tutti i beckettiani – e cioè: perché il teatro beckettiano, che è un teatro che alla fine dovrebbe far ridere, e ridere di cuore, viene proposto spessissimo come un teatro di angoscia e cupezza, dove il pubblico, peraltro, è assai poco disposto ad abbandonarsi al riso? – Canziani conclude che è proprio quando Beckett viene rappresentato dai puppet che la dimensione comica, umoristica, divertente torna pienamente in scena.

Tra i molti contributi al volume, ricco tra l’altro di belle foto in bianco e nero e a colori, da segnalare il saggio di Iris Smith Fischer sulle messinscene beckettiane dell’ensemble newyorkese dei Mabou Mines.

(Nell’immagine: “Waiting for Gavo Puppets” di Gavin Turk, 2008)